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14 gennaio 2019

"Fiabe faroesi" - tra miti pagani e leggende nordiche

gennaio 14, 2019 6 Comments

La lettura perfetta per questo natale per me è stata "Fiabe faroesi", l'ultimo della collezione delle fiabe nordiche pubblicate da Iperborea e tradotto da Luca Taglianetti. Da amante delle fiabe non potevo farmelo sfuggire e sono felice di averlo nella mia collezione. Leggetelo d'inverno davanti al camino ad alta voce, immaginate i luoghi sconfinati del Nord e il freddo tra i fiordi... e avrete una serata magica!

Titolo: Fiabe faroesi
Traduzione: Luca Taglianetti
Editore: Iperborea
Pagine: 160
Prezzo: 16,00 €
Data di uscita: novembre 2018
Dalle isole verdi del Nord Atlantico, sospese tra paesaggi primigeni e tradizioni immemori, un'antologia che raccoglie le più antiche fiabe tramandate a queste latitudini e pubblicate per la prima volta in Italia. Storie di orchesse che catturano i bambini e di troll a sette teste che rapiscono principesse, di giovani orfani come Senza-Papà e Figlia di Tizio o incompresi come Ceneraccio e Fanfarone che superano ogni prova di astuzia, coraggio e generosità, meritando l'aiuto di animali fatati che ribaltano le loro sorti. Storie di sirene incantatrici, giganti del mare, regni degli abissi e isole abitate da leoni, ispirate dall'oceano che con i suoi imprevisti e misteri circonda il piccolo arcipelago delle Faroe. Raccontate per secoli attorno al focolare nelle lunghe sere d'inverno, di solito da anziane narratrici nubili e prive di contatti con il mondo esterno, queste fiabe brillano spesso di un'originalità autoctona. Riprendendo motivi universalmente diffusi, li rimaneggiano e li intrecciano tra loro in avventure funamboliche, che mescolano humour, poesia e sangue, in cui si affacciano antiche saghe, miti pagani e leggende sui demoni, i folletti e le altre creature invisibili di cui è ricco l'immaginario faroese. Trascritte nell'Ottocento, quando i letterati romantici di tutta Europa ricercarono nel patrimonio orale le radici nazionali di ciascun paese, le fiabe faroesi hanno contribuito all'autodeterminazione di un popolo a lungo «provincia» del Regno di Danimarca, che attraverso la fantasia e un gusto contagioso per il narrare ha lottato per la propria identità culturale e indipendenza linguistica.
Natale è un periodo perfetto per leggere le fiabe o narrarle davanti al camino vicino alla famiglia riunita. Le fiabe, come bagaglio delle tradizioni popolari e specchio quindi dell'immaginario nazionale, rappresentano un passato lontano con un forte richiamo agli archetipi ancestrali del nostro inconscio. Questo porta la letteratura fiabesca ad essere eternamente nuova e familiare. I secoli passano ma il fascino rimane altissimo tanto da emozionare e lasciare insegnamenti ad ogni nuova generazione grazie a quei "C'era una volta..." che narriamo ai nostri figli e nipoti.

Le fiabe di cui vi parlo oggi vengono dalle lontane e a molti sconosciute Isole Faroe, patria della cantante Eivør Pálsdóttir di cui vi ho parlato in un articolo tempo fa. I luoghi del nord hanno un fascino unico, con i loro silenzi, i loro fiordi, e quella natura sorprendente che ancora mantiene qualcosa di selvaggio. L'isolamento di questa isola in particolare rende le loro tradizioni ancora più legate al territorio, in buona parte incontaminato da influenze esterne europee.
Leggere le fiabe faroesi pubblicate per la prima volta in Italia da Iperborea e sapientemente tradotte da Luca Taglianetti ci avvicina a questo mondo freddo e vivo. Una grande opportunità di aggiungere al nostro bagaglio culturale e alla nostra collezione letteraria e folklorica, anche queste fiabe da aggiungere alla collana (dopo le fiabe svedesi, danesi, islandesi e lapponi).

Anche sulle Isole Faroe la raccolta delle fiabe è nata soprattutto per ricostruire uno spirito nazionale indipendente dalla Danimarca a cui è stata a lungo sottomessa politicamente. Durante l'Ottocento con l'influsso del romanticismo, le antiche leggende venivano raccolte dalla sapienza popolare per essere studiate e usate anche a livello politico oltre che sociale e di conservazione della memoria nazionale.
Questa selezione di fiabe si basa sulla prima raccolta di leggende e fiabe faroesi di Jakob Jakobsen (1898-1901), un lavoro importantissimo anche per lo studio della lingua.
Come spiega Taglianetti nella postfazione, il patrimonio leggendario delle Isole Faroe era influenzato dal materiale danese e norvegese, non è infatti raro trovare riferimenti a personaggi già conosciuti del panorama fiabesco degli altri paesi nordici come Ceneraccio ed espressioni e modi di dire che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle altre raccolte della serie. Tuttavia, come nota il traduttore, le fiabe faroesi hanno una scrittura più semplice e la componente magica è nettamente minore, allo stesso tempo si è mantenuta più forte l'influenza mitologica:
Tra le fiabe di cui sono protagonisti i giganti, si possono discernere, però, alcuni tratti molto più antichi, che rimandano direttamente alle saghe e all'epica medievale islandese.
come si può notare dal racconto in cui uno dei protagonisti sembrerebbe essere proprio il dio Loki e un altro racconto che riprende l'episodio classico di una saga famosa che riguarda il rapimento per matrimonio da parte di un gigante. In questa raccolta possiamo trovare Troll e Giganti, principesse rapite, animali parlanti, oggetti magici, re e streghe... senza dimenticare le famose tre prove da superare.
Ci sono diverse fiabe che mi hanno colpito alcune per la loro ironia che mi ha fatto sorridere, altre per il genio dei protagonisti, altri ancora per l'oscurità e la crudezza. Attraverso queste storie possiamo imparare che spesso la persona più insospettabile può mostrarsi la più astuta e ottenere i maggiori risultati. Che le malelingue fanno sempre una brutta fine e che l'aiuto degli altri è sempre prezioso. Se davvero si vuole qualcosa la perseveranza e la fede di riuscire possono portare fino alla fine del mondo. Più di tutto ho amato le storie con gli aiutanti animali e l'alone di mistero di alcune figure non meglio identificate che cambiano il destino degli uomini. Ad esempio una fiaba particolare è "La regina bella e intelligente" di cui lascio il suo inizio:
Un re voleva sposare una donna che fosse sia bella che intelligente, ma non trovava nessuna che lo soddisfacesse.
Tra le mie preferite vi sono quelle dell'asino grigio.
Ciò che traspare da queste narrazioni è l'importanza che il piccolo popolo rappresenta per i personaggi. Sono creature che possono decidere del destino degli uomini e dunque è importante saper trattare con loro per ingraziarsi la loro benevolenza.
Trovo che queste fiabe siano il modo giusto per passare una serata in famiglia leggendole o narrandole ad alta voce. Taglianetti ha fatto un ottimo lavoro di traduzione rendendo questi racconti perfetti per essere letti ad alta voce e permettendo al lettore di vivere attraverso questi testi l'esperienza delle kvøldsetur ovvero delle sedute serali che venivano fatte in inverno nei tempi antichi dove si narravano leggende e si lasciavano insegnamenti e tutti rimanevano a bocca aperta in trepida attesa di conoscere il finale delle storie.
Giovani e donne rimanevano in ascolto e, come riportato da Jacobsen nella sua introduzione, all'acme della storia, gli uncinetti si fermavano, le carte venivano lanciate più lentamente e i più piccoli chiedevano: «E poi cos'è successo?»
Questi racconti si sono tramandati oralmente per secoli e trovo che sia un dono meraviglioso poterle leggere e assaporare la magia di queste storie antiche che risultano letture divertenti, spaventose, emozionanti, curiose.
Bellissime sono anche le immagini di Lorenzo Fossati che corredano perfettamente questi racconti.
Ho amato questo libro e consiglio di non farselo sfuggire se amate le fiabe e il folklore.

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Luca Taglianetti è filologo e traduttore di letteratura nordica (norvegese, svedese, feringia). Dal 2012 è membro onorario dell'Asbjørnsenselskapet per cui svolge attività di ricerca nell'ambito delle tradizioni popolari scandinave. Ha curato la traduzione integrale delle Norske huldreeventyr og folkesagn di P. Chr. Asbjørnsen (Racconti e leggende popolari norvegesi, Controluce, 2012), delle Norske folkesagn di Andreas Faye (Leggende popolari norvegesi, Aracne, 2014), la ballata di Åsmund Frægdegjæva (Carocci, 2015), Svartedauen. La morte nera (Vocifuoriscena 2014) e Troll di Theodor Kittelsen (Vocifuoriscena 2016). È direttore della serie scandinava della collana "Lapis" per Vocifuoriscena e curatore del sito Bifrost per la sezione Scandinava.



Føroyar e l'amore per la tradizione orale
di Giorgio Lucarelli


Le fiabe contenute in questa antologia si inseriscono nel più ampio contesto della tradizione orale delle Føroyar, che comprende, insieme a queste, un gran numero di altre tipologie di narrazione, la cui massima realizzazione (o per lo meno la cui realizzazione più nota) si ha nelle kvæði, le ballate faroesi, ovvero in quelle lunghissime canzoni (alcune superano le 90 strofe) da intonare, accompagnate da una danza ad anello, in varie occasioni: dalle già citate kvøldsetur alle cerimonie e festività nazionali. 
Queste ballate possono essere considerate concettualmente come le eredi della tradizione delle saghe e delle rímur islandesi, condividendo con esse temi e personaggi (oltre che una certa impostazione metrica, nel caso delle rímur), ma, come le fiabe tradotte da Luca Taglianetti sono debitrici della lunga tradizione fiabesca scandinàva continentale, le kvæði in quanto ballate traggono origine dalle danze della corte danese. 
Ma allora, ci si potrebbe chiedere, se l'origine tematica di queste ballate risiede in testi scritti prodotti nella relativamente vicina Islanda tra i secc. X-XVI, per quale motivo sulle Føroyar esse si sono consolidate nella sola forma orale, tanto da rendere necessario (come per le fiabe) un lavoro di collezione ad opera di studiosi nel periodo del Romanticismo? Il percorso linguistico delle isole è lungo e complicato e, fortunatamente, ben riassunto dallo stesso Taglianetti nella sua post-fazione alle fiabe con dovizia di nomi e date, per cui non è mia intenzione ripetere come la lingua e la grafia faroesi siano state normalizzate da Hammershaimb. Ciò che mi preme, anche alla luce dei miei studi e della mia recente amicizia con alcuni abitanti di quelle sperdute ma meravigliose isole, è evidenziare come nel corso dei secoli i faroesi siano stati in grado di trasformare quello che rischiava di essere un vero e proprio olocausto culturale e linguistico in un elemento distintivo e in un punto di forza della loro cultura, capace di distinguere le Føroyar da ogni altro paese scandinàvo. 

La lunga occupazione culturale imposta dalla Danimarca ha fatto sì che, a fronte di una tradizione scritta pressoché inesistente, la tradizione orale faroese si consolidasse a tal punto da diventare parte del DNA di ciascuno degli abitanti delle isole. Lungi dall'essere fedeli allo stereotipo dei nordici glaciali (dentro e fuori) i faroesi sono infatti un popolo accogliente e con uno spiccato amore per il racconto e per la musica, che non mancano di dimostrare in ogni occasione. Quest'estate ho partecipato a un corso di lingua faroese organizzato da Gianfranco Contri (massimo esperto di lingua e cultura faroese in Italia e autore del dizionario Faroese-Italiano) e tenuto dal professor Jógvan Í Lon Jacobsen a Riolunato, in provincia di Modena. Durante quella settimana ho avuto modo di conoscere un nutrito gruppo di faroesi venuti a imparare delle basi di italiano, tra cui il console Magni Arge, capo del partito indipendentista delle isole. Proprio parlando con lui ho compreso quanto l'arte musicale e quella narrativa facciano intrinsecamente parte del sangue faroese; il binomio Føroyar-tradizione orale è profondo e vero quanto lo è quello (sicuramente anche stereotipico) Italia-cucina. 

Ci sono stati momenti molto emozionanti da questo punto di vista, ma i più belli in assoluto sono sicuramente stati due: quando, durante una visita al teatro di Modena, una signora della delegazione faroese ha cominciato a intonare una canzone bellissima, che pian piano ha coinvolto tutti i suoi compatrioti, e quando, una sera, nel corso di un piccolo concerto organizzato nella piazza di Riolunato, i faroesi hanno cantato il loro inno (Tú alfagra land mítt, "Tu, mia bellissima terra"), il più dolce e partecipato che abbia mai avuto il piacere di sentire. In conclusione, il mio consiglio è quello di acquistare e leggere le "Fiabe Faroesi", così da avere un primo approccio con la cultura di questi luoghi, e se anche a voi capiterà di innamorarvi come è capitato a me nel passato luglio, allora questo libro avrà raggiunto il più nobile degli scopi: diffondere e far apprezzare la tradizione di una minoranza linguistica tra le più affascinanti d'Europa.

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Giorgio Lucarelli è iscritto al corso di laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere e attualmente sta scrivendo una tesi in Filologia Germanica sulle ballate popolari faroesi (kvæði). Appassionato di lingue germaniche medievali, è curatore della sezione di Poesia Antico-Inglese per la biblioteca online del sito Bifröst, occupandosi della traduzione e del commento di testi della tradizione poetica anglosassone.
Voi lo avete letto? Che ne pensate?

07 gennaio 2019

«Ridendo io morirò» mentalità vichinga e culto della morte in "Vita e morte dei grandi vichinghi" di Tom Shippey

gennaio 07, 2019 4 Comments
Tom Shippey, famoso soprattutto per i suoi studi sulle opere J.R.R. Tolkien, ha scritto un libro che parla di vichinghi sfruttando l'interesse nato grazie anche alla serie tv Vikings. Partendo dalle riscritture moderne, comprese le ispirazione tolkieniane, torna indietro nel tempo fino ai miti e alle saghe per ricostruire una psicologia reale di questi uomini del Nord che hanno cambiato il mondo.

Titolo: Vita e morte dei grandi vichinghi
Autore: Tom Shippey
Editore: Odoya
Pagine: 480
Prezzo: 24,00 €
Data di uscita: novembre 2018
In questo saggio, Shippey - già erede della cattedra di J.R.R. Tolkien all'Università di Leeds - racconta la vita e la morte di eroi ed eroine del mondo vichingo, esplora il loro modo di pensare e si sofferma in particolare sul fascino che scene di morte eroica esercitavano su di loro. "Vita e morte dei grandi Vichinghi" esamina la psicologia vichinga, contrapponendo la prova costituita dalle saghe alle testimonianze fornite dalle loro vittime. Il libro offre il resoconto di molte scene pervase di grande spavalderia presenti nella letteratura norrena, inclusi la caduta del casato degli Skjoldung e lo scontro fra le due drakkar, la Ironbeard e la Long Serpent. Uno dei libri più interessanti ed entusiasmanti sui Vichinghi scritti da una generazione a questa parte, che li presenta non come pacifici esploratori e mercanti, ma per quei guerrieri e razziatori sanguinari che erano. Shippey mette in luce tutti gli elementi di fascino di questo popolo guerriero, abbinando elementi scientifici - che attingono alle ultime scoperte archeologiche - e immaginario pop contemporaneo, da Vikings (la serie Tv, più volte citata nel libro) fino al lavoro di Neil Gaiman e Peter Jackson. Uno studio appassionato su individui eccezionali, su poesie e leggende di un lontano passato e su tutto ciò che ha reso i Vichinghi così diversi e speciali.


Gli dei mi inviteranno a entrare, nella morte non c'è canto... le ore della vita ho superato, ridendo io morirò.

Sui vichinghi è stato detto molto, ci sono libri sulla loro storia, libri di reperti archeologici, romanzi, film, miti... dunque avevamo davvero bisogno di un altro libro sui pirati scandinavi? Si, ne avevamo bisogno. Spesso confondiamo i vichinghi con tutti gli abitanti della Scandinavia Medievale eppure come dico anche in questo mio vecchio articolo (punto 3), i vichinghi non erano altro che pirati o uomini che partivano per spedizioni commerciali o mercenarie. Non rappresentavano tutti gli uomini, ma un'attività specifica dunque. Shippey, come ci tiene a specificare, parla davvero dei vichinghi in questo libro. L'aspetto originale del suo lavoro è che non si occupa di narrare semplicemente le loro vicende raccogliendo la cronologia storica, ma si occupa di un aspetto spesso trascurato e lasciato da parte ovvero la mentalità vichinga. 

Se ancora oggi, dopo oltre un millennio di distanza, i vichinghi esercitano tanto fascino nell'immaginario collettivo, deve esserci un motivo più profondo della mera capacità guerriera e dell'impatto storico che hanno avuto nel mondo. È difficile comprendere un popolo così antico e distante da noi come modo di pensare, esperienza di vita, credenze religiose, attività quotidiane. I miti e le saghe sono state scritte secoli dopo il loro declino, dunque gli studiosi trattano sempre con diffidenza queste fonti secondarie, lasciando quel mondo in una nebbia fumosa.
I vichinghi sono stati spesso fraintesi, amati e odiati, ammirati e temuti. Shippey si è chiesto cosa rende così ammirevole lo spirito vichingo e lo scopo del libro è proprio indagare la psicologia collettiva (a volte quasi psicotica) dei veri vichinghi del passato, ovvero ciò che li rendeva unici.

Ciò che li ha contraddistinti sin dalle più antiche testimonianze su di loro è la noncuranza per la morte. Questo atteggiamento non è un semplice culto del coraggio ma risale a questioni più profonde che possiamo ritrovare nella mitologia. Per secoli che questo disprezzo, questo modo di andare incontro alla morte senza paura ma anzi accogliendola è stata ricollegata alla Valhalla dove i guerrieri migliori sarebbero stato accolti dal dio Odino in attesa della battaglia finale. Dunque l'idea di un paradiso nordico dopo la morte avrebbe risposto a questa domanda. Oggi gli studiosi stanno rivedendo questa credenza e hanno trovato nuove possibili risposte. Gli eroi non si vedevano nella vittoria ma nella sconfitta. La stessa battaglia finale in cui combatteranno gli dei è destinata ad essere persa causando la fine del mondo eppure questo non ferma gli dei né gli eroi che continuano a fare del loro meglio nonostante la fine promessa.
Il culto della morte dei vichinghi viene indagato a partire dall'enigma del “morire ridendo”, analizzando varie fonti attendibili da più discipline come la letteratura, la filologia, l'archeologia e la linguistica. I vichinghi avevano un cattivissimo senso dell'umorismo, già facilmente riscontrabile nei soprannomi dei vari guerrieri. Di fronte alla morte erano pronti a fare battute crudeli e ridere della propria morte dimostrando così di aver vinto contro di essa. Non era perdere il problema, l'importante era accettare il proprio fato con serenità e consapevolezza, “ridendo” appunto.

L'analisi attenta e filologica di Shippey riesce a penetrare i valori dell'era vichinga attraverso prove storiche, la rilettura di miti e saghe con controlli incrociati attraverso l'archeologia.
Dalla preistoria fino ad epoche ben documentate, dove non vi erano prove di prima mano ma comunque valide, vengono prese in considerazione tutti i documenti e le testimonianze di nemici e discendenti in varie lingue, per scoprire il segreto dello spirito vichingo, unico sulla terra.
Ogni leggenda, racconto, reperto, documento, viene valutato per la sua attendibilità caso per caso con il giusto scetticismo per essere infine giudicati nel loro insieme. È vero che gran parte del materiale mitologico è inventato, ma è altrettanto vero che buona parte del materiale è stato confermato dalla storia, dall'analisi filologica o dai reperti. Spesso infatti la coerenza tra materiale di luoghi, tempi e fonti diverse è impressionante.

Il lavoro che si ripropone Shippey, di risalire alla complessità dei valori vichinghi e della loro mentalità non è per niente facile, eppure riesce a destreggiarsi nel vasto materiale con maestria.
Il libro è destinato ad un pubblico non specialista e il risultato è un saggio che si legge con la stessa scorrevolezza e piacere di un romanzo. A tratti ironico, irriverente è piacevole e sorprende riuscendo ad appassionare pagina dopo pagina. Viene voglia di continuare questa lettura all'infinito perché si trovano moltissime riflessioni interessanti anche per gli esperti del settore.
Shippey fa un lavoro meritevole adatto sia a studiosi che a semplici appassionati e porta alla luce nuove intuizioni e vecchie storie, una volta finito desidererete solo saperne ancora di più!
Nonostante i vichinghi fossero persone difficili da comprendere, forse è proprio questa complessità, questa scala di valori così lontana da noi, a renderli ancora più attraenti.

Io mi sono davvero divertita a leggere questo libro. Parlare di tutti i temi in esso contenuto sarebbe impossibile, inoltre credo davvero che sia ancora più piacevole scoprire da soli tutti i temi e le figure trattate: uomini, donne, guerrieri, niente è stato dimenticato per ricostruire lo spirito vichingo.
In fondo vi sono anche delle appendici per approfondire la poesia, le traduzioni, le saghe e una lunga e utile bibliografia. Un libro che non può mancare nella libreria di ogni appassionato!

Voi lo avete letto? Che ne pensate?

22 ottobre 2018

Blogtour: Recensione "Miti del nord" di Neil Gaiman

ottobre 22, 2018 2 Comments

Poco tempo fa vi ho parlato dei libri da cui partire per cominciare a leggere i miti nordici (potete leggere l'articolo QUI). Oggi, grazie all'uscita di questo libro, molte più persone possono avvicinarsi all'affascinante mondo degli dei scandinavi. Aspettavo da molto questa uscita e sono felice che la Mondadori lo abbia portato in Italia mantenendo anche la copertina originale.

Titolo: Miti del Nord
Autore: Neil Gaiman
Pagine: 225
Editore: Mondadori
Anno: 2018
Voto:
Odino il supremo, saggio, audace e astuto; Thor, suo figlio, incredibilmente forte ma non certo il più intelligente fra gli dèi; e Loki, figlio di un gigante, fratello di sangue di Odino, insuperabile e scaltrissimo manipolatore. Sono alcuni dei protagonisti che animano il nuovo libro di Neil Gaiman: noto per essersi ispirato spesso ai miti dell'antichità nel creare universi e personaggi fantastici, questa volta Gaiman ci offre una riscrittura dei grandi miti del Nord. Lungo un arco narrativo che inizia con la genesi dei nove leggendari mondi, ripercorriamo le avventure e le gesta di dèi, nani e giganti. Tra i racconti più avventurosi ci sono quello di Thor, che, per riprendersi il martello che gli è stato rubato, è costretto a travestirsi da donna, un'impresa non da poco considerando la sua barba e il suo sconfinato appetito; o quello di Kvasir - il più saggio fra gli dèi - il cui sangue viene trasformato in un idromele che colma di poesia chi lo assaggia. Il finale del libro invece è dedicato a Ragnarok, il giorno del giudizio, il crepuscolo degli dèi, ma anche la nascita di un nuovo tempo e nuovi popoli. "Miti del Nord" è una carrellata del pantheon scandinavo e della bizzarra natura degli dèi: ferocemente competitivi, capricciosi, predisposti all'inganno e a farsi governare dalle passioni. Un universo antico, ricco e affascinante.

Il mio amore per la mitologia nordica ormai è risaputo, dunque non potevo farmi sfuggire questo libro! Scritto da uno degli autori contemporanei di fantasy più amati del momento, Miti del Nord è una raccolta di miti tratti dal corpus mitologico narrati nelle due Edda (per maggiori informazioni leggete il mio articolo sui miti nordici QUI) selezionati e rielaborati dall'autore.
Il libro si apre con un'introduzione in cui l'autore spiega il motivo della stesura del libro e la sua passione per la mitologia nordica in particolare. Dopo una breve presentazione di alcune divinità, si passa alle avventure mitologiche vere e proprie. I racconti che ha scelto sono tra i più conosciuti e apprezzati, dunque per chi già conosce queste storie non troverà niente di nuovo come contenuti, tuttavia ritengo che il libro meriti di essere letto per lo stile accattivante, ironico e coinvolgente dell'autore che riesce a presentare i miti e i protagonisti in maniera semplice.
Per chi invece non ha mai letto niente, questo testo può essere un primo passo per avvicinarsi al mondo scandinavo, che tuttavia invito ad approfondire con i testi originali o manuali più completi e corposi.
Ritengo che Gaiman abbia fatto centro con questo lavoro, è vero che esistono già in commercio diversi libri sull'argomento, ma questo volume rende il tutto molto moderno e fruibile a tutti. Inoltre ho avuto la sensazione che Gaiman conoscesse davvero bene il mondo scandinavo, non è un lavoro superficiale, non ha inventato storie dal niente, ma si è attenuto ai testi medievali e inoltre il suo amore per questi miti traspare da ogni singola parola. Sembra quasi che abbia conosciuto i protagonisti e l'impressione è di leggere la trasposizione di una narrazione orale.
In passato i miti venivano narrati oralmente e ogni narratore muoveva le fila del racconto limandolo in base al pubblico, Gaiman si è comportato quasi da moderno scaldo. I suoi racconti sono storie adatte ad essere lette la sera davanti al fuoco o, come suggerisce Gaiman stesso, interiorizzate per essere narrate a modo nostro.
Si nota in particolare il suo amore per Loki a cui dedica la maggior parte delle storie e ho adorato il modo in cui lo presenta. Loki che è sempre la causa di ogni disgrazia ma anche colui che risolve situazioni impossibili grazie alla sua scaltrezza. Questa divinità è ambigua e spesso male interpretata per questo penso che Gaiman abbia colto l'essenza di un essere affascinante e pericoloso, per niente semplice da comprendere.

"Quando succedeva qualcosa di male, Thor faceva una serie di cose. Prima di tutto si chiedeva se quello che era successo fosse colpa di Loki."

Dall'inizio della creazione dei nove mondi a Ragnarok, a cui è indissolubilmente legato, si narra la composizione dell'Universo, la saggezza di Odino, il Mjollnir e altri oggetti magici, i figli di Loki tra cui Fenrir che avrà un ruolo importante nella fine di tutto, l'idromele della poesia e molto altro fino al racconto di Ragnarok, l'inevitabile fine prima della rinascita in cui tutto ricomincia.
Questo libro è un percorso da leggere dall'inizio alla fine perché chiude un ciclo per aprirne un altro tutto da scrivere. Una delle cose che amo di più della mitologia nordica è questo senso di fine imminente, il mondo nasce consapevole della propria fine futura eppure tutto prosegue e ognuno fa la sua parte impegnandosi in ogni ambito. Questo senso di malinconia e di perdita è accompagnato dalla promessa della rinascita perché tutto è un ciclo, niente muore ma tutto ritorna in altre forme e in altri luoghi. Ho trovato questa lettura piacevole, coinvolgente e alla fine anche emozionante perché è impossibile non vedere qualcosa che va oltre al racconto. I miti sono insegnamenti oltre che intrattenimento e tra una risata e l'altra (alcuni racconti sono davvero divertenti) c'è sempre qualcosa su cui riflettere. Mi è sembrato di ritrovare vecchi amici ed è stato piacevole rileggere miti che conosco bene dagli occhi di un abile oratore moderno come Gaiman.
Per finire il testo è corredato da un piccolo glossario finale, utile per chi conosce poco i termini o i vari nomi che compaiono nei racconti.
Dunque lo consiglio, ma se vi piace vi prego di leggere anche i testi antichi e poi approfondire perché c'è tanto di più da scoprire e sapere e dopo sarà il vostro turno di narrarli una volta interorizzati e fatti vostri. Per chi già li conosce, questo libro non aggiunge niente, ma è comunque una lettura piacevole che io ho apprezzato.
Inoltre punto di merito alla Mondadori che ha mantenuto la cover originale di Sam Weber che amo particolarmente.

MIMIR

Tra i vari racconti volevo parlare brevemente di Mimir. Egli viene indicato in alcune fonti come divinità Aesir, in altre come gigante. In ogni caso era molto saggio e apprezzo molto la storia in cui Odino cede il suo occhio alla fonte Mimisbrunnr a cui Mimir fa da guardiano, per berne un sorso e acquisire così saggezza. La parola "Mimir" probabilmente significa "colui che rimembra", "il sapiente" ed è correlato con il latino "memor".
Ci sono delle teorie per quanto riguarda l'origine del mito di Mimir, inoltre le due rappresentazioni mitologiche che lo riguardano potrebbero riferirsi a due creature diverse poi divenuta la stessa nel XIII secolo. 
Notizie su Mimir si trovano:
Nell'Edda poetica: nella Voluspa, la Profezia della Veggente [28, 46, 48]; nella Sigrdrifumal, il Dialogo di Sigdrifa [14].
Nell'Edda di Snorri Sturluson: Nella Gylfaginning, l'inganno di Gylfi [14, 15, 50, 51]; Nel discorso sull'arte poetica [10-11]; Nel trattato di metrica [3].
Nell'Ynglinga saga [4, 7]
In Voluspa 46 si trovano menzionati anche dei figli di Mimir.
Per conoscere meglio la storia di Mimir, della sua fonte e dell'Occhio di Odino vi invito a leggere il libro di Gaiman e le fonti indicate.
Personalmente trovo che l'idea di sacrificare un occhio in cambio della saggezza sia rappresentativo della mentalità e della cultura scandinava e fa riflettere molto. Non esiste risultato che non si raggiunga con impegno e fatica, non esiste saggezza che si ottenga senza sofferenza e sacrificio.

Voi che ne pensate? Quanto è importante la conoscenza? Quanto è necessario il sacrificio?


MUSICA NORDICA

Forse non tutti sanno che sono anche amante di musica scandinava o di ispirazione nordica. Per cui in onore dell'uscita di questo libro che porta i miti antichi in una forma più moderna e fruibile al pubblico, ho deciso di nominarvi brevemente alcuni tra i gruppi che ascolto di più e che magari possono interessarvi.
Ma prima di passare ai gruppi moderni voglio farvi ascoltare la canzone scandinava più antica di cui siamo a conoscenza: "Drømte Mig en Drøm" (Ho sognato un sogno). Si tratta di una ballata danese tradizionale datata intorno agli inizi del XIV secolo. Essa è stata ritrovata nell'ultima pagina del "Codex Runicus" un libro di legge ed è scritta interamente in rune e in lingua danese, entrambe cose molto rare. Questo ritrovamento è il più antico frammento di ballata scandinava, l'unico dotato anche di accompagnamento musicale. Purtroppo abbiamo solo le prime righe. Nel 1945 Povl Hamburger ed Erik Bertelsen hanno proseguito il lavoro e la loro versione è diventata popolare ed è quella che vi farò sentire.
La canzone narra di una giovane donna che sogna seta e pellicce fini mentre danza tenendosi per mano con il suo amante nei campi. Come ogni notte però il sogno finisce quando arriva il mattino.



Per maggiori informazioni sulla canzone potete leggere qui.

Inizialmente volevo parlarvi di ogni gruppo, ma il post diventerebbe troppo lungo per cui vi lascio semplicemente la lista (in ordine alfabetico) con i link relativi per andare direttamente sui siti e leggere di cosa si tratta.  


Ce ne sarebbero moltissimi di cui parlare, ma non posso nominarli tutti, non solo scandinavi ma anche di ispirazione al mondo scandinavo come Sowulo, Hagalaz Runedance, Nytt Land, Gjallarhorn, Duivelspack e molti altri...

Seguite il blogtour per non perdervi le tappe e leggere gli altri approfondimenti su questi blog:

16 Ottobre - Divoratori di Libri
19 Ottobre - Reading in the Garden

22 Ottobre - Il Portale Segreto
24 Ottobre - Le parole segrete
26 Ottobre - Follow the books


Voi lo avete letto? Che ne pensate?

11 ottobre 2018

Saghe, þættir e carmi islandesi medievali tradotti in italiano

ottobre 11, 2018 5 Comments


Dopo le due Edda e i carmi singoli, oggi vi parlo delle saghe edite in Italia. Spesso in caso di varie edizioni o edizioni con più saghe all'interno, è difficile risalire a una saga e io stessa mi sono trovata spesso in difficoltà in passato nel reperire in quale libro trovare una certa saga. Per questo motivo, nella speranza di esservi utile, ho deciso di stilare una lista delle saghe che al momento sono state tradotte in italiano, anche se alcune sono purtroppo fuori catalogo.
Ho fatto un elenco in ordine alfabetico per titolo originale con traduzione accanto e le edizioni italiane sotto. In caso di varie edizioni per lo stesso titolo, ho indicato con il simbolo [*] l'edizione consigliata. Mentre (x) indica che l'edizione non è consigliata.
Mi auguro che questa lista possa ampliarsi molto di più con il tempo, grazie a nuove traduzioni e ripubblicazioni di saghe antiche.

04 ottobre 2018

Miti nordici: da dove iniziare (in italiano)

ottobre 04, 2018 9 Comments


Mi viene chiesto molto frequentemente, da persone che non si sono mai approcciate al mondo scandinavo, da dove cominciare per conoscere i miti nordici. Così ho deciso di scrivere questo articolo per darvi il mio personale consiglio. Ho selezionato tre testi che trovo siano la base fondamentale da cui partire e successivamente approfondire con altre saghe e saggistica adeguata.
Siccome sono famosa per dare sempre troppi titoli, mi sono imposta di cominciare a limitare i miei consigli a pochi testi alla volta ed eventualmente approfondire in articoli successivi.
Dunque, torniamo al punto. Quali titoli sono a mio parere i migliori libri per cominciare a leggere i miti nordici? Ecco la mia lista dei tre titoli imprescindibili in ordine di lettura consigliato.

02 ottobre 2018

Recensione: "Åsmund Frægdegjæva. Una ballata medievale norvegese". Introduzione, traduzione e note a cura di: Luca Taglianetti

ottobre 02, 2018 5 Comments


Il libro di cui sto per parlarvi mi è stato regalato al Convegno di Studi Scandinavi a cui ho partecipato qualche tempo fa. È stato in quell'occasione che ho incontrato di persona Luca Taglianetti per la prima volta, una persona meravigliosa e uno studioso di grande valore. Credo che leggere le antiche ballate sia una forma di conoscenza del mondo medievale alternativa ma fondamentale. Attraverso di esse possiamo immergerci in un passato fantastico che oggi ricordiamo con rimpianto. La storia di Åsmund Frægdegjæva arriva direttamente dalla Norvegia e parla di Troll, principesse e puledri parlanti...

27 settembre 2018

Stregoni, pagani ed esseri soprannaturali: l’alterità dei Sami nei racconti popolari norvegesi - Luca Taglianetti

settembre 27, 2018 4 Comments
A Genova dal 9 all'11 novembre 2017 si è tenuto il X convegno italiano di Studi Scandinavi a cui ho avuto il piacere di partecipare, dal titolo:

Il diverso, il nemico, l'altro. Figure dell'alterità nelle letterature scandinave.

Il rapporto con l’altro ha da sempre definito lo sviluppo degli individui, delle comunità, dei popoli e delle nazioni. Fosse presenza scomoda ma necessaria, alleato, capro espiatorio, nemico, portatore di uno sguardo diverso e di un arricchimento culturale o materiale oppure di una minaccia reale o presunta, l’altro è stato ed è un elemento costante nell’esperienza umana e ciò si riflette, per esempio, nell’elaborazione delle leggi prima ancora che in letteratura. Nella modernità la riflessione sull’idea dell’altro, degli altri, dell’alterità si è certamente arricchita di nuovi strumenti e nuove sensibilità, pur non avendo risolto gli aspetti critici, quanto mai attuali. Il tema di questo convegno, con il quale, tra l'altro, ricorderemo la compianta Gianna Chiesa Isnardi e festeggeremo i 25 anni della sezione Scandinavistica di Genova da lei fondata, è pertanto particolarmente interdisciplinare: i relatori proporranno riflessioni sulla rappresentazione dell’alterità, sulla sua stessa definizione, sulle strategie di scrittura, sulla tendenziosità e sulla possibile obiettività nella rappresentazione “degli altri”, esplorando il tema sotto molteplici prospettive (letterarie e linguistiche in primo luogo, ma altresì filosofiche, storiche, sociolinguistiche, antropologiche) alla luce del dibattito critico internazionale e nordico.
Le aree linguistico-culturali coinvolte sono la danese, feroese, islandese, norvegese, svedese e svedese di Finlandia nei periodi medievale, moderno e contemporaneo.
I responsabili scientifici del convegno: Paolo Marelli, Davide Finco, Chiara Benati e Andrea Berardini.
Qui potete vedere il link dell'evento.

11 settembre 2018

Seminario sulle tradizioni manoscritte del medioevo germanico - Università di Pisa 8/10/2015 (ripubblicazione)

settembre 11, 2018 7 Comments
Un libro è un 'testo', o lo si comprende o non lo si comprende. Vi si trovano forse alcuni brani 'difficili'. Per comprenderli occorrerà una tecnica: questa si chiama filologia. Poiché la scienza della letteratura si occupa di testi, è perduta se non fa uso della filologia: questa non può essere sostituita né dall'intuizione né da alcuna visione di essenze.
E.R. Curtius

Ho avuto il piacere di seguire un interessante seminario tenuto dalla professoressa Maria Rita Digilio all'Università di Pisa il 13 ottobre 2015 riguardo le tradizioni manoscritte del medioevo germanico, dunque ho deciso di condividere con voi gli argomenti trattati con un breve articolo di riepilogo che spero possa piacervi.


L'ecdotica o critica testuale, non può prescindere dal metodo di Lachmann, un metodo che a regime dovrebbe consentire la scomparsa dell'editore, per via di una procedura scientifica, meccanica, inoppugnabile e inevitabile. Per Lachmann i copisti hanno rovinato i testi rendendoli pieni di errori. Lavorando al testo con metodo scientifico, Lachmann credeva di poter arrivare al testo originale nella sua integrità e perfezione. Ma i più rigidi riguardo questa idea sono i Lachmaniani più che Lachmann stesso. Il metodo di Lachmann era asettico e non poteva essere uguale per tutte le filologie, dato che ogni ramo linguistico della filologia si differenzia per numero e tipo di fonti. Per tale motivo, il modo di fare le edizioni critiche deve essere estremamente diverso per ogni filologia, dunque usare approcci diversi pur partendo da uno stesso metodo.

Il metodo Lachmann (1793–1851) non è mai stato scritto da Lachmann, ma fu ricavato dai suoi appunti. La sua ambizione era elaborare una prassi operativa talmente netta e univoca da essere applicata a tutte le lingue e su tutte le tipologie testuali. Essa aveva uno stampo pragmatico, non teorico. L'obiettivo era restituire il testo originale o comunque molto vicino alla sua base. L'autore redige un'opera originale da cui poi vengono redatte delle copie manoscritte che trasmettono l'opera. La copiatura rende impossibile conservare l'originalità del testo dato l'elevato numero di errori dei copisti.

Lachmann era un tedesco dell'800 e la sua ambizione era di ripristinare i testi originali corrotti dai copisti per ricreare la volontà dell'autore. Il metodo prevedeva due fasi di lavoro per creare l'edizione critica di un testo.
1° fase: Recensio
2° fase: Emendatio
Nella fase della recensio, i filologi devono procurarsi tutti i testimoni dell'opera di cui desiderano curare l'edizione critica, confrontare tutti i frammenti e i testi pervenuti. In questa fase è necessario non intervenire con interpretazioni personali, ma procedere tramite un lavoro meccanico e oggettivo, limitandosi ad accostare, trascrivere e confrontare le varie fonti.

Dai manoscritti pervenuti si deve quindi arrivare a capire l'originale, stabilire l'archetipo, che non è l'originale ma il testo ricostruito sulla base di tutte le testimonianze, il quale non necessariamente sarà il testo corretto. Si parte dal principio che l'autore abbia scritto qualcosa di perfetto ma non necessariamente vero. L'archetipo è lo stadio testuale derivato dalla recensio. I testimoni del testo che abbiamo possono essere apparentati sulla base degli errori che condividono. E sono di due tipi: Congiuntivo quando i testimoni condividono lo stesso errore, Disgiuntivo quando un errore in un unico testimone lo distingue e separa dagli altri. I copisti a volte aggiungono o riscrivono brani dove ci sono pezzi mancanti o errori e questa manipolazione di una manipolazione causa danni peggiori. C'è una teoria chiamata Lectio difficilior, secondo cui il testo corretto è sempre quello più difficile.

Quando in un testo si trova un punto difficile da capire o una parte mancante, i vari copisti finiscono per modificare ognuno a modo suo il manoscritto, perdendo il senso del testo originario. Gianfranco Contini definisce questa banalizzazione con il termine diffrazione. Non bisogna quindi considerare necessariamente corretta la versione del brano riscontrata nella maggioranza dei testimoni, ma valutare le parentele dei testi. Bisogna ragionare sui vari frammenti per arrivare a quello più presumibilmente corretto, facendo una scelta non sempre coerente con le precedenti.
Il filologo lavora sulla globalità del testo, rilegge centinaia di volte e analizza tutto nei dettagli, a volte rivolgendosi anche all'aiuto di altre lingue. Anche nel caso di Beowulf ad esempio, in cui vi è un solo manoscritto, si tende a temere di metterci mano, ma a rispettare troppo il testo si fa un torto all'opera laddove venga scoperto un errore. L'editore spesso cambia l'originale per rispettare l'allitterazione, il significato o per questioni grammaticali.
Dopo aver messo insieme tutti i manoscritti, bisogna lavorare all'emendatio ovvero avere il coraggio di correggere per rispettare l'autore. In questa fase c'è il rischio di esagerare nella correzione, come accadde proprio a Lachmann con intromissioni spaventose, così come per i suoi seguaci che non avevano il genio necessario per tale lavoro. Si lavora su una ricostruzione lessicale, linguistica e cognitiva.

Bediér, famoso filologo francese, propone un altro metodo di lavoro, ovvero quello di scegliere un solo testimone, il testo che a proprio giudizio sia il migliore per fedeltà all'originale e rinunciare alla collazione, ovvero al confronto con gli altri testimoni. Si basa quindi su un solo manoscritto, ritenendo inutile applicarsi su tutti gli altri poiché non esiste un metodo certo di lavoro per stabilire cosa cosa sia corretto e cosa no. 

Un testo critico vive a metà tra l'opera originale e la ricerca della verità. L'opera è quella che doveva essere ma non ci è pervenuta, l'altra è la verità del manoscritto che abbiamo.
Per essere efficace il metodo Lachmann deve soddisfare i seguenti requisiti:
  1. La tradizione deve essere chiusa, ovvero deve esistere un solo e unico archetipo.
  2. La trasmissione deve essere esclusivamente verticale, ovvero la copia scritta da un unico antigrafo e le successive copiate sempre da quello precedente.
  3. Stabilire su base certa di errori condivisi, la parentela del manoscritto.
  4. I copisti devono mantenersi fedeli alla fonte.
La tradizione può essere aperta o chiusa. Il metodo dunque funziona solo se derivano tutti da un unico antigrafo, cosa che però non accade quasi mai. Se erano in possesso di due copie diverse di uno stesso testo, ad esempio, i copisti copiavano brani da entrambi i testimoni finendo per rendere inefficace il metodo Lachmann.
Nel 1990 esce sulla rivista Speculum, un articolo sulla discussione già molto viva della critica del testo. Piuttosto che inseguire la chimera del testo giusto con l'analisi delle varie edizioni, suggeriva di affidarsi ad un unico manoscritto. Questo metodo tuttavia produce spesso critiche che banalizzano il lavoro dei filologi, portando alcuni a spacciare per edizione critica la semplice copia dell'edizione di un manoscritto. Se per Lachmann il manoscritto singolo è secondario, per gli altri della new philology diventa principale, si accontentano quindi della storicizzazione del testo.
Il testo letterario medievale non veniva letto direttamente dal pubblico, ma veniva declamato a un pubblico non alfabetizzato che acoltava. Gli elementi della tradizione orale si trasferiscono allo scritto e la tradizione tramandata diventa schizofrenica. Il testo medievale è un'opera aperta a variazioni infinite. La New Philology nega il concetto di testo e il concetto di autore. Se il narratore orale durante la recita di un testo si inventa dei brani, lui stesso diventa un autore.

L'edizione critica si fa tenendo conto di tutte le varianti ma anche segnalando le variazioni al lettore. Il filologo può fare delle scelte a patto che le indichi. I manoscritti si sono contaminati a vicenda e quindi è imposisbile arrivare all'originale. La critica si fa sulla filologia, è la base. Si studia sul testo elaborato dai filologi. La prima critica letteraria la fanno gli stessi filologi.