08 marzo 2019

5 libri sull'essere donna

marzo 08, 2019 10 Comments
Ho pensato molto a quali libri consigliare in questo articolo. Il tema delle donne mi è molto caro, sono una donna e sono cresciuta in mezzo a sole donne, quindi conosco bene le problematiche che possiamo avere. Con questo non intendo sminuire minimamente l'ambito maschile, ma non essendo uomo non posso farmi portavoce di problemi che non conosco, al massimo mi affianco a loro nelle battaglie che porteranno avanti per i diritti di tutti, indipendentemente dal genere.
Oggi si ricordano le donne e da amante delle suffragette, ci tenevo a onorare tutte le donne venute prima di noi che hanno amato, sofferto, vissuto, combattuto per farci arrivare dove siamo ora.
Dunque ho deciso di consigliare cinque tra i mille libri bellissimi che esistono (è stata davvero dura scegliere) che riguardano le donne e il loro mondo e che consiglio a tutti di leggere (si, anche e soprattutto a voi uomini!). Spero ancora che le donne possano essere solidali una con l'altra invece di farsi la guerra. Ringrazio tutti coloro che nei secoli e ancora oggi lotta per la parità dei diritti, per la libertà, per l'amore, per la giustizia.

"Donne che corrono con i lupi" di Clarissa Pinkola Estés

Questo libro è uno dei più emozionanti che abbia letto e che ha davvero cambiato il mio modo di affrontare il mio essere donna. Credo che tutti dovrebbero leggerlo per ricongiungersi con la Donna Selvaggia che c'è dentro ognuna di noi.
è tipico delle donne mettersi a correre forte per riguadagnare il tempo perduto, liberare la scrivania, liberarsi dal rapporto, svuotare la mente, voltare pagina, insistere su una pausa, rompere le regole, fermare il mondo. Ritrovando la loro parte selvaggia la loro vita creativa fiorisce, le loro relazioni acquistano significato, profondità e salute, si ristabiliscono i cicli della sessualità, della creatività, del lavoro e del gioco, non sono più territori di caccia da depredare, sono autorizzate dalle leggi della natura a crescere e a prosperare.


"Luna rossa" di Miranda Gray

Il ciclo mestruale è ancora oggi un tabù che spero venga abbattuto. Noi donne spesso viviamo il ciclo come un tormento e una condanna dimenticando di allinearci con esso invece di combatterlo. Con questo libro ho imparato ad accettare questa parte dell'essere donna e viverla non solo con serenità ma anche con gioia imparando a comprenderlo e collaborare con le energie mensili. Inizialmente non credevo mi sarebbe piaciuto, temevo fosse troppo New Age e invece mi ha davvero aiutato e lo trovo utilissimo anche per gli uomini.
Era attraverso questo stato alterato di coscienza mensile che le sciamane, le donne di medicina, e più tardi le sacerdotesse, portavano energia, ispirazione e unione tra il divino, il mondo manifesto e la comunità.


"Chi ha cucinato l'ultima cena" di Rosalind Miles

Questo libro lo desiderai molto e lo trovo davvero interessante perché ripercorre in maniera semplice e piacevole la storia delle donne nel mondo dalla preistoria ai giorni d'oggi. Un libro da leggere e rileggere per poi approfondire con altre letture.
Dal momento che il parto era, e rimane, l'attività fisica naturale delle donne che più di ogni altra ne mette a rischio la vita, c'è sempre stata una valida motivazione a ridurlo al minimo o di evitarlo. Inoltre, l'incredibile assortimento di aggeggi e pozioni con cui dalla preistoria a oggi le donne di tutto il mondo cercano in tutti i modi di evitare una gravidanza, arricchisce di un nuovo paradossale elemento il mito dell'"istinto materno". A quanto pare ci si è servite di qualunque cosa promettesse di concedere la benedizione della sterilità


"Donne che amano troppo" di Robin Norwood

Questo libro l'ho letto alle medie e mi ha aiutato molto a capire il meccanismo di dipendenza amorosa su cui quasi tutte finiamo invischiate. Io stessa ho avuto questo problema e so quanto è difficile non solo uscirne ma anche il semplice riconoscerlo. Credo che sebbene sia una lettura datata abbia ancora molto da dire e pur avendo letto altri libri sul tema, questo ha per me un valore affettivo. Dobbiamo tutelarci dalla sofferenza, non annullarci per l'altro ma cercare la felicità e se non si è felici non dobbiamo accontentarci.
Invece di una donna che ama qualcun altro tanto da soffrirne, voglio essere una donna che ama abbastanza se stessa da non voler più soffrire.



"Lettera a un bambino mai nato" di Oriana Fallaci

Questo è uno dei miei libri preferiti sin da quando ero piccola, un libro che mi ha segnata come persona e come donna e che ho riletto molte volte. Fa soffrire molto, colpisce nel profondo ma insegna anche tanto. Il tema della maternità, della vita, della rinuncia alla vita, dell'aborto. Tutte tematiche difficili da affrontare ma doverose.
Essere donna è così affascinante. È un'avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c'è un'intelligenza che urla d'essere ascoltata.

Volevo aggiungere anche il ringraziamento per alcune tra le persone che portano avanti progetti interessanti e utili su temi vicini alle donne. Tre esempi su tutti: consiglio di visitare la pagina facebook "L'ha scritto una femmina" della scrittrice Carolina Capria che racconta di libri scritti da donne e il canale youtube "Parità in pillole" di cimdrp ovvero Irene Facheris e il profilo instagram di Tiffany di Miss Fiction Books per il suo #FeministFriday.

E voi? Li avete letti? Ne avete altri da consigliarmi?

04 febbraio 2019

La Pietra del Sole Mexica - Calendario Azteca

febbraio 04, 2019 2 Comments
foto di Angie Padilla

Come tutti i popoli mesoamericani, i mexica avevano due calendari: uno rituale e uno solare. Le forme e manifestazioni del Sole sono una componente centrale della cosmogonia mexica. Tuttavia il pezzo conosciuto come Calendario Azteca non è in realtà un calendario.
La Pietra del Sole è uno dei monoliti più antichi che si sono conservati della cultura mexica, la cui data di elaborazione fu datata intorno all'anno 1479. Prima della scoperta del monolito di Tlaltecuhtli (dio-dea della Terra) con i suoi 4 per 3,57 metri di altezza, si pensava che la Pietra del Sole fosse la più grande di dimensioni.


Fu abbattuta e interrata con la Conquista del Messico e rimase così fino al suo ritrovamento il 17 dicembre 1790 nella parte sud del Zocalo della Città del Messico.

La Pietra del Sole è un disco di basalto con iscrizioni allusive alla cosmogonia mexica e i culti solari, probabilmente nella sua concezione originale era una pietra per il sacrificio gladiatorio.
Misura 3,60 m di diametro e 1,22 m di spessore, pesa 24 tonnelate. Il pezzo non fu completato a causa di una profonda rottura in uno dei lati. Nonostante la frattura probabilmente fu utilizzato con il proposito di sostenere la lotta dei guerrieri nella cerimonia del Tlacaipehualiztli.
In nahuatl era chiamata Sole di Movimento (Ollin Tonatiuh) evidenziando la sua visione geocentrica. Fu principalmente un oggetto cerimoniale, il pezzo contiene pittografie che rappresentano come i mexica concepivano il trascorrere del tempo ed è il risultato di secoli di osservazioni astronomiche.

I motivi che coprono la sua superficie sembrano essere un sommario della complessa cosmogonia mexica:
Disco centrale. Nel centro del monolito si trova la faccia del dio solare Tonatiuh Xiutecohtli all'interno del segno del movimento (ollin) con le sue due mani, ognuna con un bracciale. Inoltre i suoi artigli catturano un cuore umano e la sua lingua è rappresentata come un coltello di selce, esprimendo la necessità di sacrifici per la sopravvivenza dell'astro.
Le quattro aree. I quattro quadrati che circondano la divinità centrale, rappresentano i precedenti quattro soli che precedettero l'attuale Quinto Sole.
Il quadrato superiore destro rappresenta il 4 Giaguaro, giorno in cui terminò la prima era, dopo 676 anni al sorgere dalle viscere della terra mostri che divorarono la gente. Rappresenta l'elemento Terra.
Alla sinistra in alto si trova il 4 Vento che ricorda che dopo 364 anni, uragani agitarono la Terra e fecero in modo che coloro che non morirono si trasformassero in scimmie. Rappresenta l'elemento Aria.
Sotto a questa (sinistra in basso) si trova il 4 Pioggia. Questo mondo durò 312 anni e coloro che vissero in questa epoca morirono o si trasformarono in pollame a causa di una pioggia di fuoco. Rappresenta l'elemento Fuoco.
Nel quadrato inferiore destro si trova il 4 Acqua, precedente al nostro mondo, che durò 676 anni e terminò quando coloro che lo abitavano morirono annegati dall'acqua. I sopravvissuti si trasformarono in pesci e anfibi. Rappresenta l'elemento Acqua.

Primo anello. La successiva corona è formata dai pittogrammi dei venti giorni del calendario sacro azteca (Tonalpohualli). Questi si leggono in senso contrario alle lancette dell'orologio e sono: coccodrillo (Cipactli), vento (Ehecatl), casa (Calli), lucertola (Cuetzpallin), serpente (Coatl), morte (Miquiztli), cervo (Mazatl), coniglio (Tochtli), acqua (Atl), cane (Itzcuintli), scimmia (Ozomatli), erba divina (Malinalli), canna (Acatl), giaguaro (Ocelotl), aquila (Cuauhtli), avvoltoio o poiana (Cozcaquauhtli), movimento (Ollin), coltello di selce (Tecpatl), pioggia (Quiahuitl) e fiora (Xochitl).
Secondo anello. La seconda corona contiene multiple sezioni quadrate, in ogni sezione ci sono cinque punti (quincunce). Ci sono anche otto angoli che dividono la pietra nello stesso numero di parti. Si considera che questi rappresentino i raggi solari collocati in direzione dei punti cardinali.
Terzo anello. Nella parte più bassa della pietra ci sono due serpenti di fuoco (Xiuhcoatl) che circondano e incorniciano la pietra e portano il dio Sole attraverso il firmamento, uno di fronte all'altro. I suoi corpi sono divisi in sezioni che potrebbero rappresentare cinquantadue cicli annuali: il secolo azteca consisteva in 52 anni, ogni corrispondenza tra il principio dell'anno civile con quello sacro.
Nella parte superiore del monolito, un quadrato scolpito tra le code dei serpenti rappresenta la data 13 Acatl, che corrisponderebbe al 1479, l'anno in cui il monolito fu completato.

Il pezzo originalmente veniva utilizzato in posizione orizzontale, oggi per via della sua esibizione, viene mostrato verticalmente come il simbolo principale del patrimonio indigeno dei tutti i messicani.
Attualmente la Pietra del Sole si trova nella Sala Mexica del Museo Nacional de Antropología a Città del Messico.


Bibliografia: Eduardo Matos Moctezuma, Felipe Solis, Roberto Velasco (2004), "El calendario azteca y otros monumentos solares", Mexico, Azabache. 
Tratto dal fascicolo "Mexica" del Museo Nacional de Antropologia de Mexico, Informa, Mario Stalin Rodriguez (2011).

22 gennaio 2019

Spellbound: Magic, Ritual & Witchcraft di Miranda Corcoran e Andrea Di Carlo

gennaio 22, 2019 4 Comments

L’Ashmolean Museum fu fondato dal ricco antiquario Elias Ashmole, che lasciò in eredità la sua grande collezione di cose strane alla università di Oxford in 1682. Oltre a essere un uomo politico e un antiquario, Ashmole fu anche un astrologo e uno studioso di alchimia. Quest’età di magia e misticismo è ancora presente nella nuova mostra organizzata dallo Ashmolean Museum dal 31 agosto 2018 fino al 6 gennaio 2019, dal titolo Spellbound: Magic, Ritual & Witchcraft.

I curatori della mostra sono Dr Sophie Page e Dr Marina Wallace, e la mostra presenta più di 180 artefatti da tutta Europa. La varietà di artefatti sviluppa la storia delle più disparate credenze nella stregoneria dal 12° secolo fino ai giorni d’oggi. La storia della stregoneria è la storia degli oggetti.
Le credenze sviluppate intorno alla stregoneria e alla magia si concentravano spesso su oggetti materiali e naturali. Incantesimi, libri di incantesimi, specchi magici, e bamboline erano di fondamentale importanza per fare incantesimi. In questo modo, streghe, cacciatori di streghe, e persone superstiziose ci hanno lasciato molti artefatti che sono una testimonianza di persone che credevano fermamente nella magia.

La mostra Spellbound è una testimonianza residuale della funzione pervasiva della stregoneria e costringe i visitatori a riconsiderare il modo con cui confrontano le loro credenze e superstizioni. I visitatori entrano nella mostra dopoché viene chiesto loro se vogliono passare sotto una scala.
Il museo tiene conto di quanti visitatori intendono passare sotto la scala con lo scopo di stabilire quanto le superstiziosi sono forti al giorno d’oggi. Entrando nella mostra, i visitatori devono affrontare un numero di oggetti ornati, testi medici e astrologici. Bisogna notare come la giustapposizione di magia e medicina possa sembrare strana per noi, ma per un pubblico del medioevo queste due cose erano interconnesse. Testi medici di quel periodo dimostravano, per esempio, come diversi segni zodiacali potevano avere diversi effetti sulle parti del corpo.

Nel medioevo e durante l’età pre-moderna, spesso la magia era ancora rispettata. In questa mostra è possibile vedere uno specchio magico che una volta apparteneva a John Dee, un astrologo e studioso dell’occulto che fungeva anche da consigliere di Elisabetta I.
Forse la parte più interessante della mostra sono incantesimi e altri oggetti in uso nei rituali. Raccolte di capelli, denti umani, ed erbe seccate sono le prove fisiche più vivide di come lavoravano le streghe. La conservazione di organi di animali trafitti da spine e bambole trafitte da stiletti indicano la presenza di una magia più malefica che si svolgeva in secreto. Tuttavia, se esistevano veramente le streghe che praticavano la magia nei campi e foreste inglesi, vi sono anche cacciatori di streghe che lavoravano per identificare ed eliminare la minaccia rappresentata da forze soprannaturali. La mostra offre la possibilità di vedere trattati per la caccia alle streghe; tra questi, il più noto è senza dubbio Matthew Hopkins e il suo The Discovery of Witches, la cui copertina presenta Hopkins che interroga due streghe circondate dai loro famigli. La mostra presenta alcuni dei diversi metodi usati per scoprire la presenza di streghe. Tra questi vi è l’ordalia dell’acqua e quella più inusitata di pesare una strega con una bibbia.

Spellbound prova che la magia era un aspetto centrale nella vita di tutti i giorni, anche di coloro che non si consideravano maghi o streghe. Gli oggetti in mostra includono ferri di cavallo, che si trovavano nell’androne e che avevano la funzione di allontanare le streghe, o anche un gatto mummificato che veniva posto nella mura di casa per allontanare topi. Oltre a ciò, ci sono innumerevoli esempi di bottiglie di streghe, bottiglie di vetro che contenevano urina, capelli, unghie, e altri piccoli oggetti, le quali erano poste sotto caminetti o soglie per allontanare le streghe.

È importante notare come la credenza nella stregoneria non è qualcosa di vecchio. Una delle più interessanti sezioni della mostra sono oggetti che appartenevano a Helen Duncan, una medium che fu l’ultima persona perseguita sotto il la legge contro la stregoneria del 1735. Il processo a Duncan non si svolse nel medioevo, ma nel 1944. Non bisogna stupirsi se la legge contro la stregoneria fu abolita nel 1951.
Spellbound è una mostra bellissima e interessantissima che dimostra non soltanto come la storia della stregoneria sia interessante, ma anche la continua presenza della superstizione al giorno d’oggi.

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Miranda Corcoran ha ottenuto il dottorato nel 2016 dall'University College Cork. I suoi interessi di ricerca includono letteratura e cultura della guerra fredda, fantascienza e horror. È particolarmente interessata alla stregoneria e insegna un corso sulle streghe nella cultura popolare americana. Puoi trovare più del suo lavoro nel suo blog: A Middle Aged Witch.

Andrea Di Carlo è un dottorando al secondo anno in Filosofia presso lo University College Cork. I suoi interessi spaziano dalla letteratura antico inglese alla filosofia, storia e letteratura del 1500-1600. Il suo blog è: The travelling humanist.

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Che ne pensate?

14 gennaio 2019

"Fiabe faroesi" - tra miti pagani e leggende nordiche

gennaio 14, 2019 4 Comments

La lettura perfetta per questo natale per me è stata "Fiabe faroesi", l'ultimo della collezione delle fiabe nordiche pubblicate da Iperborea e tradotto da Luca Taglianetti. Da amante delle fiabe non potevo farmelo sfuggire e sono felice di averlo nella mia collezione. Leggetelo d'inverno davanti al camino ad alta voce, immaginate i luoghi sconfinati del Nord e il freddo tra i fiordi... e avrete una serata magica!

Titolo: Fiabe faroesi
Traduzione: Luca Taglianetti
Editore: Iperborea
Pagine: 160
Prezzo: 16,00 €
Data di uscita: novembre 2018
Dalle isole verdi del Nord Atlantico, sospese tra paesaggi primigeni e tradizioni immemori, un'antologia che raccoglie le più antiche fiabe tramandate a queste latitudini e pubblicate per la prima volta in Italia. Storie di orchesse che catturano i bambini e di troll a sette teste che rapiscono principesse, di giovani orfani come Senza-Papà e Figlia di Tizio o incompresi come Ceneraccio e Fanfarone che superano ogni prova di astuzia, coraggio e generosità, meritando l'aiuto di animali fatati che ribaltano le loro sorti. Storie di sirene incantatrici, giganti del mare, regni degli abissi e isole abitate da leoni, ispirate dall'oceano che con i suoi imprevisti e misteri circonda il piccolo arcipelago delle Faroe. Raccontate per secoli attorno al focolare nelle lunghe sere d'inverno, di solito da anziane narratrici nubili e prive di contatti con il mondo esterno, queste fiabe brillano spesso di un'originalità autoctona. Riprendendo motivi universalmente diffusi, li rimaneggiano e li intrecciano tra loro in avventure funamboliche, che mescolano humour, poesia e sangue, in cui si affacciano antiche saghe, miti pagani e leggende sui demoni, i folletti e le altre creature invisibili di cui è ricco l'immaginario faroese. Trascritte nell'Ottocento, quando i letterati romantici di tutta Europa ricercarono nel patrimonio orale le radici nazionali di ciascun paese, le fiabe faroesi hanno contribuito all'autodeterminazione di un popolo a lungo «provincia» del Regno di Danimarca, che attraverso la fantasia e un gusto contagioso per il narrare ha lottato per la propria identità culturale e indipendenza linguistica.
Natale è un periodo perfetto per leggere le fiabe o narrarle davanti al camino vicino alla famiglia riunita. Le fiabe, come bagaglio delle tradizioni popolari e specchio quindi dell'immaginario nazionale, rappresentano un passato lontano con un forte richiamo agli archetipi ancestrali del nostro inconscio. Questo porta la letteratura fiabesca ad essere eternamente nuova e familiare. I secoli passano ma il fascino rimane altissimo tanto da emozionare e lasciare insegnamenti ad ogni nuova generazione grazie a quei "C'era una volta..." che narriamo ai nostri figli e nipoti.

Le fiabe di cui vi parlo oggi vengono dalle lontane e a molti sconosciute Isole Faroe, patria della cantante Eivør Pálsdóttir di cui vi ho parlato in un articolo tempo fa. I luoghi del nord hanno un fascino unico, con i loro silenzi, i loro fiordi, e quella natura sorprendente che ancora mantiene qualcosa di selvaggio. L'isolamento di questa isola in particolare rende le loro tradizioni ancora più legate al territorio, in buona parte incontaminato da influenze esterne europee.
Leggere le fiabe faroesi pubblicate per la prima volta in Italia da Iperborea e sapientemente tradotte da Luca Taglianetti ci avvicina a questo mondo freddo e vivo. Una grande opportunità di aggiungere al nostro bagaglio culturale e alla nostra collezione letteraria e folklorica, anche queste fiabe da aggiungere alla collana (dopo le fiabe svedesi, danesi, islandesi e lapponi).

Anche sulle Isole Faroe la raccolta delle fiabe è nata soprattutto per ricostruire uno spirito nazionale indipendente dalla Danimarca a cui è stata a lungo sottomessa politicamente. Durante l'Ottocento con l'influsso del romanticismo, le antiche leggende venivano raccolte dalla sapienza popolare per essere studiate e usate anche a livello politico oltre che sociale e di conservazione della memoria nazionale.
Questa selezione di fiabe si basa sulla prima raccolta di leggende e fiabe faroesi di Jakob Jakobsen (1898-1901), un lavoro importantissimo anche per lo studio della lingua.
Come spiega Taglianetti nella postfazione, il patrimonio leggendario delle Isole Faroe era influenzato dal materiale danese e norvegese, non è infatti raro trovare riferimenti a personaggi già conosciuti del panorama fiabesco degli altri paesi nordici come Ceneraccio ed espressioni e modi di dire che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle altre raccolte della serie. Tuttavia, come nota il traduttore, le fiabe faroesi hanno una scrittura più semplice e la componente magica è nettamente minore, allo stesso tempo si è mantenuta più forte l'influenza mitologica:
Tra le fiabe di cui sono protagonisti i giganti, si possono discernere, però, alcuni tratti molto più antichi, che rimandano direttamente alle saghe e all'epica medievale islandese.
come si può notare dal racconto in cui uno dei protagonisti sembrerebbe essere proprio il dio Loki e un altro racconto che riprende l'episodio classico di una saga famosa che riguarda il rapimento per matrimonio da parte di un gigante. In questa raccolta possiamo trovare Troll e Giganti, principesse rapite, animali parlanti, oggetti magici, re e streghe... senza dimenticare le famose tre prove da superare.
Ci sono diverse fiabe che mi hanno colpito alcune per la loro ironia che mi ha fatto sorridere, altre per il genio dei protagonisti, altri ancora per l'oscurità e la crudezza. Attraverso queste storie possiamo imparare che spesso la persona più insospettabile può mostrarsi la più astuta e ottenere i maggiori risultati. Che le malelingue fanno sempre una brutta fine e che l'aiuto degli altri è sempre prezioso. Se davvero si vuole qualcosa la perseveranza e la fede di riuscire possono portare fino alla fine del mondo. Più di tutto ho amato le storie con gli aiutanti animali e l'alone di mistero di alcune figure non meglio identificate che cambiano il destino degli uomini. Ad esempio una fiaba particolare è "La regina bella e intelligente" di cui lascio il suo inizio:
Un re voleva sposare una donna che fosse sia bella che intelligente, ma non trovava nessuna che lo soddisfacesse.
Tra le mie preferite vi sono quelle dell'asino grigio.
Ciò che traspare da queste narrazioni è l'importanza che il piccolo popolo rappresenta per i personaggi. Sono creature che possono decidere del destino degli uomini e dunque è importante saper trattare con loro per ingraziarsi la loro benevolenza.
Trovo che queste fiabe siano il modo giusto per passare una serata in famiglia leggendole o narrandole ad alta voce. Taglianetti ha fatto un ottimo lavoro di traduzione rendendo questi racconti perfetti per essere letti ad alta voce e permettendo al lettore di vivere attraverso questi testi l'esperienza delle kvøldsetur ovvero delle sedute serali che venivano fatte in inverno nei tempi antichi dove si narravano leggende e si lasciavano insegnamenti e tutti rimanevano a bocca aperta in trepida attesa di conoscere il finale delle storie.
Giovani e donne rimanevano in ascolto e, come riportato da Jacobsen nella sua introduzione, all'acme della storia, gli uncinetti si fermavano, le carte venivano lanciate più lentamente e i più piccoli chiedevano: «E poi cos'è successo?»
Questi racconti si sono tramandati oralmente per secoli e trovo che sia un dono meraviglioso poterle leggere e assaporare la magia di queste storie antiche che risultano letture divertenti, spaventose, emozionanti, curiose.
Bellissime sono anche le immagini di Lorenzo Fossati che corredano perfettamente questi racconti.
Ho amato questo libro e consiglio di non farselo sfuggire se amate le fiabe e il folklore.

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Luca Taglianetti è filologo e traduttore di letteratura nordica (norvegese, svedese, feringia). Dal 2012 è membro onorario dell'Asbjørnsenselskapet per cui svolge attività di ricerca nell'ambito delle tradizioni popolari scandinave. Ha curato la traduzione integrale delle Norske huldreeventyr og folkesagn di P. Chr. Asbjørnsen (Racconti e leggende popolari norvegesi, Controluce, 2012), delle Norske folkesagn di Andreas Faye (Leggende popolari norvegesi, Aracne, 2014), la ballata di Åsmund Frægdegjæva (Carocci, 2015), Svartedauen. La morte nera (Vocifuoriscena 2014) e Troll di Theodor Kittelsen (Vocifuoriscena 2016). È direttore della serie scandinava della collana "Lapis" per Vocifuoriscena e curatore del sito Bifrost per la sezione Scandinava.



Føroyar e l'amore per la tradizione orale
di Giorgio Lucarelli


Le fiabe contenute in questa antologia si inseriscono nel più ampio contesto della tradizione orale delle Føroyar, che comprende, insieme a queste, un gran numero di altre tipologie di narrazione, la cui massima realizzazione (o per lo meno la cui realizzazione più nota) si ha nelle kvæði, le ballate faroesi, ovvero in quelle lunghissime canzoni (alcune superano le 90 strofe) da intonare, accompagnate da una danza ad anello, in varie occasioni: dalle già citate kvøldsetur alle cerimonie e festività nazionali. 
Queste ballate possono essere considerate concettualmente come le eredi della tradizione delle saghe e delle rímur islandesi, condividendo con esse temi e personaggi (oltre che una certa impostazione metrica, nel caso delle rímur), ma, come le fiabe tradotte da Luca Taglianetti sono debitrici della lunga tradizione fiabesca scandinàva continentale, le kvæði in quanto ballate traggono origine dalle danze della corte danese. 
Ma allora, ci si potrebbe chiedere, se l'origine tematica di queste ballate risiede in testi scritti prodotti nella relativamente vicina Islanda tra i secc. X-XVI, per quale motivo sulle Føroyar esse si sono consolidate nella sola forma orale, tanto da rendere necessario (come per le fiabe) un lavoro di collezione ad opera di studiosi nel periodo del Romanticismo? Il percorso linguistico delle isole è lungo e complicato e, fortunatamente, ben riassunto dallo stesso Taglianetti nella sua post-fazione alle fiabe con dovizia di nomi e date, per cui non è mia intenzione ripetere come la lingua e la grafia faroesi siano state normalizzate da Hammershaimb. Ciò che mi preme, anche alla luce dei miei studi e della mia recente amicizia con alcuni abitanti di quelle sperdute ma meravigliose isole, è evidenziare come nel corso dei secoli i faroesi siano stati in grado di trasformare quello che rischiava di essere un vero e proprio olocausto culturale e linguistico in un elemento distintivo e in un punto di forza della loro cultura, capace di distinguere le Føroyar da ogni altro paese scandinàvo. 

La lunga occupazione culturale imposta dalla Danimarca ha fatto sì che, a fronte di una tradizione scritta pressoché inesistente, la tradizione orale faroese si consolidasse a tal punto da diventare parte del DNA di ciascuno degli abitanti delle isole. Lungi dall'essere fedeli allo stereotipo dei nordici glaciali (dentro e fuori) i faroesi sono infatti un popolo accogliente e con uno spiccato amore per il racconto e per la musica, che non mancano di dimostrare in ogni occasione. Quest'estate ho partecipato a un corso di lingua faroese organizzato da Gianfranco Contri (massimo esperto di lingua e cultura faroese in Italia e autore del dizionario Faroese-Italiano) e tenuto dal professor Jógvan Í Lon Jacobsen a Riolunato, in provincia di Modena. Durante quella settimana ho avuto modo di conoscere un nutrito gruppo di faroesi venuti a imparare delle basi di italiano, tra cui il console Magni Arge, capo del partito indipendentista delle isole. Proprio parlando con lui ho compreso quanto l'arte musicale e quella narrativa facciano intrinsecamente parte del sangue faroese; il binomio Føroyar-tradizione orale è profondo e vero quanto lo è quello (sicuramente anche stereotipico) Italia-cucina. 

Ci sono stati momenti molto emozionanti da questo punto di vista, ma i più belli in assoluto sono sicuramente stati due: quando, durante una visita al teatro di Modena, una signora della delegazione faroese ha cominciato a intonare una canzone bellissima, che pian piano ha coinvolto tutti i suoi compatrioti, e quando, una sera, nel corso di un piccolo concerto organizzato nella piazza di Riolunato, i faroesi hanno cantato il loro inno (Tú alfagra land mítt, "Tu, mia bellissima terra"), il più dolce e partecipato che abbia mai avuto il piacere di sentire. In conclusione, il mio consiglio è quello di acquistare e leggere le "Fiabe Faroesi", così da avere un primo approccio con la cultura di questi luoghi, e se anche a voi capiterà di innamorarvi come è capitato a me nel passato luglio, allora questo libro avrà raggiunto il più nobile degli scopi: diffondere e far apprezzare la tradizione di una minoranza linguistica tra le più affascinanti d'Europa.

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Giorgio Lucarelli è iscritto al corso di laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere e attualmente sta scrivendo una tesi in Filologia Germanica sulle ballate popolari faroesi (kvæði). Appassionato di lingue germaniche medievali, è curatore della sezione di Poesia Antico-Inglese per la biblioteca online del sito Bifröst, occupandosi della traduzione e del commento di testi della tradizione poetica anglosassone.
Voi lo avete letto? Che ne pensate?

07 gennaio 2019

«Ridendo io morirò» mentalità vichinga e culto della morte in "Vita e morte dei grandi vichinghi" di Tom Shippey

gennaio 07, 2019 3 Comments
Tom Shippey, famoso soprattutto per i suoi studi sulle opere J.R.R. Tolkien, ha scritto un libro che parla di vichinghi sfruttando l'interesse nato grazie anche alla serie tv Vikings. Partendo dalle riscritture moderne, comprese le ispirazione tolkieniane, torna indietro nel tempo fino ai miti e alle saghe per ricostruire una psicologia reale di questi uomini del Nord che hanno cambiato il mondo.

Titolo: Vita e morte dei grandi vichinghi
Autore: Tom Shippey
Editore: Odoya
Pagine: 480
Prezzo: 24,00 €
Data di uscita: novembre 2018
In questo saggio, Shippey - già erede della cattedra di J.R.R. Tolkien all'Università di Leeds - racconta la vita e la morte di eroi ed eroine del mondo vichingo, esplora il loro modo di pensare e si sofferma in particolare sul fascino che scene di morte eroica esercitavano su di loro. "Vita e morte dei grandi Vichinghi" esamina la psicologia vichinga, contrapponendo la prova costituita dalle saghe alle testimonianze fornite dalle loro vittime. Il libro offre il resoconto di molte scene pervase di grande spavalderia presenti nella letteratura norrena, inclusi la caduta del casato degli Skjoldung e lo scontro fra le due drakkar, la Ironbeard e la Long Serpent. Uno dei libri più interessanti ed entusiasmanti sui Vichinghi scritti da una generazione a questa parte, che li presenta non come pacifici esploratori e mercanti, ma per quei guerrieri e razziatori sanguinari che erano. Shippey mette in luce tutti gli elementi di fascino di questo popolo guerriero, abbinando elementi scientifici - che attingono alle ultime scoperte archeologiche - e immaginario pop contemporaneo, da Vikings (la serie Tv, più volte citata nel libro) fino al lavoro di Neil Gaiman e Peter Jackson. Uno studio appassionato su individui eccezionali, su poesie e leggende di un lontano passato e su tutto ciò che ha reso i Vichinghi così diversi e speciali.


Gli dei mi inviteranno a entrare, nella morte non c'è canto... le ore della vita ho superato, ridendo io morirò.

Sui vichinghi è stato detto molto, ci sono libri sulla loro storia, libri di reperti archeologici, romanzi, film, miti... dunque avevamo davvero bisogno di un altro libro sui pirati scandinavi? Si, ne avevamo bisogno. Spesso confondiamo i vichinghi con tutti gli abitanti della Scandinavia Medievale eppure come dico anche in questo mio vecchio articolo (punto 3), i vichinghi non erano altro che pirati o uomini che partivano per spedizioni commerciali o mercenarie. Non rappresentavano tutti gli uomini, ma un'attività specifica dunque. Shippey, come ci tiene a specificare, parla davvero dei vichinghi in questo libro. L'aspetto originale del suo lavoro è che non si occupa di narrare semplicemente le loro vicende raccogliendo la cronologia storica, ma si occupa di un aspetto spesso trascurato e lasciato da parte ovvero la mentalità vichinga. 

Se ancora oggi, dopo oltre un millennio di distanza, i vichinghi esercitano tanto fascino nell'immaginario collettivo, deve esserci un motivo più profondo della mera capacità guerriera e dell'impatto storico che hanno avuto nel mondo. È difficile comprendere un popolo così antico e distante da noi come modo di pensare, esperienza di vita, credenze religiose, attività quotidiane. I miti e le saghe sono state scritte secoli dopo il loro declino, dunque gli studiosi trattano sempre con diffidenza queste fonti secondarie, lasciando quel mondo in una nebbia fumosa.
I vichinghi sono stati spesso fraintesi, amati e odiati, ammirati e temuti. Shippey si è chiesto cosa rende così ammirevole lo spirito vichingo e lo scopo del libro è proprio indagare la psicologia collettiva (a volte quasi psicotica) dei veri vichinghi del passato, ovvero ciò che li rendeva unici.

Ciò che li ha contraddistinti sin dalle più antiche testimonianze su di loro è la noncuranza per la morte. Questo atteggiamento non è un semplice culto del coraggio ma risale a questioni più profonde che possiamo ritrovare nella mitologia. Per secoli che questo disprezzo, questo modo di andare incontro alla morte senza paura ma anzi accogliendola è stata ricollegata alla Valhalla dove i guerrieri migliori sarebbero stato accolti dal dio Odino in attesa della battaglia finale. Dunque l'idea di un paradiso nordico dopo la morte avrebbe risposto a questa domanda. Oggi gli studiosi stanno rivedendo questa credenza e hanno trovato nuove possibili risposte. Gli eroi non si vedevano nella vittoria ma nella sconfitta. La stessa battaglia finale in cui combatteranno gli dei è destinata ad essere persa causando la fine del mondo eppure questo non ferma gli dei né gli eroi che continuano a fare del loro meglio nonostante la fine promessa.
Il culto della morte dei vichinghi viene indagato a partire dall'enigma del “morire ridendo”, analizzando varie fonti attendibili da più discipline come la letteratura, la filologia, l'archeologia e la linguistica. I vichinghi avevano un cattivissimo senso dell'umorismo, già facilmente riscontrabile nei soprannomi dei vari guerrieri. Di fronte alla morte erano pronti a fare battute crudeli e ridere della propria morte dimostrando così di aver vinto contro di essa. Non era perdere il problema, l'importante era accettare il proprio fato con serenità e consapevolezza, “ridendo” appunto.

L'analisi attenta e filologica di Shippey riesce a penetrare i valori dell'era vichinga attraverso prove storiche, la rilettura di miti e saghe con controlli incrociati attraverso l'archeologia.
Dalla preistoria fino ad epoche ben documentate, dove non vi erano prove di prima mano ma comunque valide, vengono prese in considerazione tutti i documenti e le testimonianze di nemici e discendenti in varie lingue, per scoprire il segreto dello spirito vichingo, unico sulla terra.
Ogni leggenda, racconto, reperto, documento, viene valutato per la sua attendibilità caso per caso con il giusto scetticismo per essere infine giudicati nel loro insieme. È vero che gran parte del materiale mitologico è inventato, ma è altrettanto vero che buona parte del materiale è stato confermato dalla storia, dall'analisi filologica o dai reperti. Spesso infatti la coerenza tra materiale di luoghi, tempi e fonti diverse è impressionante.

Il lavoro che si ripropone Shippey, di risalire alla complessità dei valori vichinghi e della loro mentalità non è per niente facile, eppure riesce a destreggiarsi nel vasto materiale con maestria.
Il libro è destinato ad un pubblico non specialista e il risultato è un saggio che si legge con la stessa scorrevolezza e piacere di un romanzo. A tratti ironico, irriverente è piacevole e sorprende riuscendo ad appassionare pagina dopo pagina. Viene voglia di continuare questa lettura all'infinito perché si trovano moltissime riflessioni interessanti anche per gli esperti del settore.
Shippey fa un lavoro meritevole adatto sia a studiosi che a semplici appassionati e porta alla luce nuove intuizioni e vecchie storie, una volta finito desidererete solo saperne ancora di più!
Nonostante i vichinghi fossero persone difficili da comprendere, forse è proprio questa complessità, questa scala di valori così lontana da noi, a renderli ancora più attraenti.

Io mi sono davvero divertita a leggere questo libro. Parlare di tutti i temi in esso contenuto sarebbe impossibile, inoltre credo davvero che sia ancora più piacevole scoprire da soli tutti i temi e le figure trattate: uomini, donne, guerrieri, niente è stato dimenticato per ricostruire lo spirito vichingo.
In fondo vi sono anche delle appendici per approfondire la poesia, le traduzioni, le saghe e una lunga e utile bibliografia. Un libro che non può mancare nella libreria di ogni appassionato!

Voi lo avete letto? Che ne pensate?

30 novembre 2018

"Pelle di Foca" di Melania D'Alessandro - un romanzo sulla libertà e l'amore per il mare

novembre 30, 2018 3 Comments
È con immensa emozione che vi parlo oggi dell'uscita di un romanzo molto importante, di cui ho seguito la nascita, la stesura e la pubblicazione durante il suo svolgimento. Finalmente posso presentarvelo perché è disponibile negli store online.
Si tratta di un romanzo di formazione, un inno alla libertà e all'anima selvaggia dell'essere umano, scritta con l'intento di mostrare la strada che porta alla realizzazione alla scoperta della propria forza interiore. Ha diversi livelli di lettura, per questo motivo può essere apprezzato sia da un pubblico giovane che più maturo.

Titolo: Pelle di Foca
Autore: Melania D'Alessandro
Editore: Streetlib (self-publishing)
Data di pubblicazione: 13/11/2018
Pagine: 400
Prezzo: ebook 3,49€. Cartaceo 16,49€.
Trama: Irlanda, dove il confine tra mito e realtà non è così netto. Là dove l'acqua può diventare la più acerrima dei nemici e al contempo amica fidata, c'è chi racconta storie di selkie e di mondi nascosti. Brennalyn ama ascoltarle, poiché sa che il suo destino è quello di tornare all'oceano che l'ha generata: ha le mani palmate, gli occhi e i capelli scuri come le donne-foca delle leggende. Tuttavia il paese diffida di lei, raccolta da Fergus la notte di Ognissanti quando era anco-ra in fasce. Divisa tra terra e acqua, Brennalyn desidera la libertà che solo il mare può darle. Attraverso il pregiudizio, la superstizione e la solitudine, imparerà a conoscersi, accettando la pelle di foca che l'accompagna dalla nascita.
 

Biografia: Melania D'Alessandro è nata nel 1990. Ama la natura, si interessa di miti, leggende e fiabe iniziatiche ed è appassionata di cultura celtica. Nel suo vocabolario, scrittura e libertà sono sinonimi, per questo le col-tiva da sempre. Pelle di Foca, il suo ultimo romanzo, unisce le sue numerose passioni. Della stessa autrice, pubblicati da Edizioni Leucotea: La città nascosta (2014), Sogni di Carta (2016), L'arte di scrivere (2017).

Questo romanzo è la rivisitazione di una leggenda molto conosciuta nel Nord Europa e nelle popolazioni artiche e subartiche e di cui esistono diverse versioni. Si ispira al genere delle fiabe iniziatiche, storie che fin dagli albori della civiltà parlano al nostro inconscio tramite immagini archetipiche. Sono volte al superamento di prove da parte dell'eroe, al passaggio di stato da una fase all'altra della vita e alla trasformazione personale. In un ambiente suggestivo come l'Irlanda con i suoi miti legati al mare, si parla di diversità, pregiudizio, amore genitoriale, educazione, libertà personale e rinascita.
Inoltre all'interno del romanzo sono presenti i disegni dell'autrice.
Che ne pensate? Lo leggerete?

26 novembre 2018

Teotihuacan - centro di culto della Mesoamerica

novembre 26, 2018 0 Comments
Teotihuacan, città precolombiana nella Valle del Messico, fu la più importante durante il periodo classico tra il 300 e il 400 in America. La sua élite governante costruì un impero che dominò gran parte dell'altopiano centrale messicano ed estese la sua influenza culturale attraverso colonie ed enclavi commerciali nella costa del Golfo del Messico, Oaxaca e l'area Maya. Con la ricchezza generata per la sua attività di interscambio e per via della sua importanza religiosa, i teotihuacani costruirono una delle prime città con strade, aree di culto, unità abitative divise per quartieri di artigiani e diverse etnie o stati sociali. Oltre alla centralità ed importanza della città a livello economico e di scambio commerciale, Teotihuacan si convertì nel centro di culto più importante dell'altopiano centrale e di quasi tutta la Mesoamerica.

foto di Angie Padilla

CENTRO DI CULTO

L'antica società di Teotihuacan era politeista. La religione si basava sugli elementi della natura - climatici e astrali - che avevano una grande importanza per il ciclo agricolo. Sono state trovate divinità che sembrerebbero rappresentare il fuoco, l'acqua, la pioggia, la terra, il sole, la luna e Venere. Altre rappresentazioni derivano dai personaggi mitologici che formano parte delle storie sacre di altri popoli della Mesoamerica e del resto dell'America, come ad esempio il mostro rettile che riposava nel mar caotico che esisteva prima della creazione del mondo.
Molte tra le divinità più importanti degli aztechi e dei loro contemporanei, così come i popoli indigeni attuali, hanno delle rappresentazioni antec
edenti trovate a Teotihuacan.

La città di Teotihuacan e i dintorni furono concepiti come un modello del cosmo e si diceva fosse il luogo dove emersero la prima montagna del mondo e il sole. I templi costruiti sopra le piramidi rappresentavano il livello celeste, la città rappresentava il livello terreno e l'inframondo era abitato dagli antenati, i cui corpi venivano spesso sotterrati nel terreno sotto le case.

CULTO DEGLI ANTENATI

Nelle abitazioni sono stati trovati indizi di culti a livello familiare che hanno permesso di ricostruire parzialmente le attività religiose che venivano praticate all'epoca. Vi erano altari e rappresentazioni di divinità in argilla e pietra. Sotterrati sotto gli altari centrali sono state trovate ossa degli antenati della famiglia o del clan che vivevano nella stessa abitazione. Sappiamo dunque per certo che venivano effettuate cerimonie di culto agli antenati familiari a cui erano dedicati gli altari. A loro veniva offerto cibo in una forma simile a quella attuale che viene svolta durante il Giorno dei Morti.

Nonostante la religione non avesse una concezione simile alla reincarnazione, tra i vari popoli indigeni mesoamericani del passato e presente, si pensava che le anime o l'essenza dei morti andassero a risiedere in diversi luoghi del cosmo riservati agli dei. Così, in diverse rappresentazioni degli dei, essi venivano accompagnati da gruppi di insetti, che nella mitologia degli aztechi o degli huicholes venivano visti come le anime degli antenati che accompagnavano e aiutavano diverse divinità come il sole, la luna o Venere a combattere nelle battaglie cosmiche quotidiane rappresentate ad esempio dal passaggio tra la notte e il giorno.

Associate con i grandiosi complessi architettonici della Piazza del Sole, della Piazza della Luna e la Cittadella, furono trovate una serie di divinità le quali erano adorate in grandi cerimonie pubbliche. È possibile che si realizzassero grandi pellegrinaggi a Teotihuacan. 


SACRIFICI UMANI

Sebbene non siano stati ritrovati a Teotihuacan rappresentazioni grafiche realistiche di sacrifici umani in murales o con oggetti, tuttavia alcune mostrano divinità che portano coltelli curvi di ossidiana con glifi che si pensa possano essere la rappresentazione di cuori grondanti sangue. Sia i coltelli che i glifi, sono stati associati al sacrificio umano.
Inoltre sia gli scavi fatti nella Cittadella che nella Piramide della Luna, hanno dissotterrato una grande quantità di scheletri di persone che con molta probabilità furono sacrificati e sotterrati lì come offerta per la fondazione del tempio, anche se non si può precisare in che modo avvennero le esecuzioni. È certo che siano stati effettuati sacrifici in grande numero come cerimonie di fondazione dei templi più importanti. Ciò che ancora non sappiamo è se venivano effettuati sacrifici e di che portata, durante i cicli rituali periodici.

Liberamente tratto dal fascicolo del Museo Nacional de Antropologia de Mexico.
Traduzione e rielaborazione mia, non prendere senza citare la fonte.