14 gennaio 2019

"Fiabe faroesi" - tra miti pagani e leggende nordiche

gennaio 14, 2019 2 Comments

La lettura perfetta per questo natale per me è stata "Fiabe faroesi", l'ultimo della collezione delle fiabe nordiche pubblicate da Iperborea e tradotto da Luca Taglianetti. Da amante delle fiabe non potevo farmelo sfuggire e sono felice di averlo nella mia collezione. Leggetelo d'inverno davanti al camino ad alta voce, immaginate i luoghi sconfinati del Nord e il freddo tra i fiordi... e avrete una serata magica!

Titolo: Fiabe faroesi
Traduzione: Luca Taglianetti
Editore: Iperborea
Pagine: 160
Prezzo: 16,00 €
Data di uscita: novembre 2018
Dalle isole verdi del Nord Atlantico, sospese tra paesaggi primigeni e tradizioni immemori, un'antologia che raccoglie le più antiche fiabe tramandate a queste latitudini e pubblicate per la prima volta in Italia. Storie di orchesse che catturano i bambini e di troll a sette teste che rapiscono principesse, di giovani orfani come Senza-Papà e Figlia di Tizio o incompresi come Ceneraccio e Fanfarone che superano ogni prova di astuzia, coraggio e generosità, meritando l'aiuto di animali fatati che ribaltano le loro sorti. Storie di sirene incantatrici, giganti del mare, regni degli abissi e isole abitate da leoni, ispirate dall'oceano che con i suoi imprevisti e misteri circonda il piccolo arcipelago delle Faroe. Raccontate per secoli attorno al focolare nelle lunghe sere d'inverno, di solito da anziane narratrici nubili e prive di contatti con il mondo esterno, queste fiabe brillano spesso di un'originalità autoctona. Riprendendo motivi universalmente diffusi, li rimaneggiano e li intrecciano tra loro in avventure funamboliche, che mescolano humour, poesia e sangue, in cui si affacciano antiche saghe, miti pagani e leggende sui demoni, i folletti e le altre creature invisibili di cui è ricco l'immaginario faroese. Trascritte nell'Ottocento, quando i letterati romantici di tutta Europa ricercarono nel patrimonio orale le radici nazionali di ciascun paese, le fiabe faroesi hanno contribuito all'autodeterminazione di un popolo a lungo «provincia» del Regno di Danimarca, che attraverso la fantasia e un gusto contagioso per il narrare ha lottato per la propria identità culturale e indipendenza linguistica.
Natale è un periodo perfetto per leggere le fiabe o narrarle davanti al camino vicino alla famiglia riunita. Le fiabe, come bagaglio delle tradizioni popolari e specchio quindi dell'immaginario nazionale, rappresentano un passato lontano con un forte richiamo agli archetipi ancestrali del nostro inconscio. Questo porta la letteratura fiabesca ad essere eternamente nuova e familiare. I secoli passano ma il fascino rimane altissimo tanto da emozionare e lasciare insegnamenti ad ogni nuova generazione grazie a quei "C'era una volta..." che narriamo ai nostri figli e nipoti.

Le fiabe di cui vi parlo oggi vengono dalle lontane e a molti sconosciute Isole Faroe, patria della cantante Eivør Pálsdóttir di cui vi ho parlato in un articolo tempo fa. I luoghi del nord hanno un fascino unico, con i loro silenzi, i loro fiordi, e quella natura sorprendente che ancora mantiene qualcosa di selvaggio. L'isolamento di questa isola in particolare rende le loro tradizioni ancora più legate al territorio, in buona parte incontaminato da influenze esterne europee.
Leggere le fiabe faroesi pubblicate per la prima volta in Italia da Iperborea e sapientemente tradotte da Luca Taglianetti ci avvicina a questo mondo freddo e vivo. Una grande opportunità di aggiungere al nostro bagaglio culturale e alla nostra collezione letteraria e folklorica, anche queste fiabe da aggiungere alla collana (dopo le fiabe svedesi, danesi, islandesi e lapponi).

Anche sulle Isole Faroe la raccolta delle fiabe è nata soprattutto per ricostruire uno spirito nazionale indipendente dalla Danimarca a cui è stata a lungo sottomessa politicamente. Durante l'Ottocento con l'influsso del romanticismo, le antiche leggende venivano raccolte dalla sapienza popolare per essere studiate e usate anche a livello politico oltre che sociale e di conservazione della memoria nazionale.
Questa selezione di fiabe si basa sulla prima raccolta di leggende e fiabe faroesi di Jakob Jakobsen (1898-1901), un lavoro importantissimo anche per lo studio della lingua.
Come spiega Taglianetti nella postfazione, il patrimonio leggendario delle Isole Faroe era influenzato dal materiale danese e norvegese, non è infatti raro trovare riferimenti a personaggi già conosciuti del panorama fiabesco degli altri paesi nordici come Ceneraccio ed espressioni e modi di dire che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle altre raccolte della serie. Tuttavia, come nota il traduttore, le fiabe faroesi hanno una scrittura più semplice e la componente magica è nettamente minore, allo stesso tempo si è mantenuta più forte l'influenza mitologica:
Tra le fiabe di cui sono protagonisti i giganti, si possono discernere, però, alcuni tratti molto più antichi, che rimandano direttamente alle saghe e all'epica medievale islandese.
come si può notare dal racconto in cui uno dei protagonisti sembrerebbe essere proprio il dio Loki e un altro racconto che riprende l'episodio classico di una saga famosa che riguarda il rapimento per matrimonio da parte di un gigante. In questa raccolta possiamo trovare Troll e Giganti, principesse rapite, animali parlanti, oggetti magici, re e streghe... senza dimenticare le famose tre prove da superare.
Ci sono diverse fiabe che mi hanno colpito alcune per la loro ironia che mi ha fatto sorridere, altre per il genio dei protagonisti, altri ancora per l'oscurità e la crudezza. Attraverso queste storie possiamo imparare che spesso la persona più insospettabile può mostrarsi la più astuta e ottenere i maggiori risultati. Che le malelingue fanno sempre una brutta fine e che l'aiuto degli altri è sempre prezioso. Se davvero si vuole qualcosa la perseveranza e la fede di riuscire possono portare fino alla fine del mondo. Più di tutto ho amato le storie con gli aiutanti animali e l'alone di mistero di alcune figure non meglio identificate che cambiano il destino degli uomini. Ad esempio una fiaba particolare è "La regina bella e intelligente" di cui lascio il suo inizio:
Un re voleva sposare una donna che fosse sia bella che intelligente, ma non trovava nessuna che lo soddisfacesse.
Tra le mie preferite vi sono quelle dell'asino grigio.
Ciò che traspare da queste narrazioni è l'importanza che il piccolo popolo rappresenta per i personaggi. Sono creature che possono decidere del destino degli uomini e dunque è importante saper trattare con loro per ingraziarsi la loro benevolenza.
Trovo che queste fiabe siano il modo giusto per passare una serata in famiglia leggendole o narrandole ad alta voce. Taglianetti ha fatto un ottimo lavoro di traduzione rendendo questi racconti perfetti per essere letti ad alta voce e permettendo al lettore di vivere attraverso questi testi l'esperienza delle kvøldsetur ovvero delle sedute serali che venivano fatte in inverno nei tempi antichi dove si narravano leggende e si lasciavano insegnamenti e tutti rimanevano a bocca aperta in trepida attesa di conoscere il finale delle storie.
Giovani e donne rimanevano in ascolto e, come riportato da Jacobsen nella sua introduzione, all'acme della storia, gli uncinetti si fermavano, le carte venivano lanciate più lentamente e i più piccoli chiedevano: «E poi cos'è successo?»
Questi racconti si sono tramandati oralmente per secoli e trovo che sia un dono meraviglioso poterle leggere e assaporare la magia di queste storie antiche che risultano letture divertenti, spaventose, emozionanti, curiose.
Bellissime sono anche le immagini di Lorenzo Fossati che corredano perfettamente questi racconti.
Ho amato questo libro e consiglio di non farselo sfuggire se amate le fiabe e il folklore.

___________________________________
Luca Taglianetti è filologo e traduttore di letteratura nordica (norvegese, svedese, feringia). Dal 2012 è membro onorario dell'Asbjørnsenselskapet per cui svolge attività di ricerca nell'ambito delle tradizioni popolari scandinave. Ha curato la traduzione integrale delle Norske huldreeventyr og folkesagn di P. Chr. Asbjørnsen (Racconti e leggende popolari norvegesi, Controluce, 2012), delle Norske folkesagn di Andreas Faye (Leggende popolari norvegesi, Aracne, 2014), la ballata di Åsmund Frægdegjæva (Carocci, 2015), Svartedauen. La morte nera (Vocifuoriscena 2014) e Troll di Theodor Kittelsen (Vocifuoriscena 2016). È direttore della serie scandinava della collana "Lapis" per Vocifuoriscena e curatore del sito Bifrost per la sezione Scandinava.



Føroyar e l'amore per la tradizione orale
di Giorgio Lucarelli


Le fiabe contenute in questa antologia si inseriscono nel più ampio contesto della tradizione orale delle Føroyar, che comprende, insieme a queste, un gran numero di altre tipologie di narrazione, la cui massima realizzazione (o per lo meno la cui realizzazione più nota) si ha nelle kvæði, le ballate faroesi, ovvero in quelle lunghissime canzoni (alcune superano le 90 strofe) da intonare, accompagnate da una danza ad anello, in varie occasioni: dalle già citate kvøldsetur alle cerimonie e festività nazionali. 
Queste ballate possono essere considerate concettualmente come le eredi della tradizione delle saghe e delle rímur islandesi, condividendo con esse temi e personaggi (oltre che una certa impostazione metrica, nel caso delle rímur), ma, come le fiabe tradotte da Luca Taglianetti sono debitrici della lunga tradizione fiabesca scandinàva continentale, le kvæði in quanto ballate traggono origine dalle danze della corte danese. 
Ma allora, ci si potrebbe chiedere, se l'origine tematica di queste ballate risiede in testi scritti prodotti nella relativamente vicina Islanda tra i secc. X-XVI, per quale motivo sulle Føroyar esse si sono consolidate nella sola forma orale, tanto da rendere necessario (come per le fiabe) un lavoro di collezione ad opera di studiosi nel periodo del Romanticismo? Il percorso linguistico delle isole è lungo e complicato e, fortunatamente, ben riassunto dallo stesso Taglianetti nella sua post-fazione alle fiabe con dovizia di nomi e date, per cui non è mia intenzione ripetere come la lingua e la grafia faroesi siano state normalizzate da Hammershaimb. Ciò che mi preme, anche alla luce dei miei studi e della mia recente amicizia con alcuni abitanti di quelle sperdute ma meravigliose isole, è evidenziare come nel corso dei secoli i faroesi siano stati in grado di trasformare quello che rischiava di essere un vero e proprio olocausto culturale e linguistico in un elemento distintivo e in un punto di forza della loro cultura, capace di distinguere le Føroyar da ogni altro paese scandinàvo. 

La lunga occupazione culturale imposta dalla Danimarca ha fatto sì che, a fronte di una tradizione scritta pressoché inesistente, la tradizione orale faroese si consolidasse a tal punto da diventare parte del DNA di ciascuno degli abitanti delle isole. Lungi dall'essere fedeli allo stereotipo dei nordici glaciali (dentro e fuori) i faroesi sono infatti un popolo accogliente e con uno spiccato amore per il racconto e per la musica, che non mancano di dimostrare in ogni occasione. Quest'estate ho partecipato a un corso di lingua faroese organizzato da Gianfranco Contri (massimo esperto di lingua e cultura faroese in Italia e autore del dizionario Faroese-Italiano) e tenuto dal professor Jógvan Í Lon Jacobsen a Riolunato, in provincia di Modena. Durante quella settimana ho avuto modo di conoscere un nutrito gruppo di faroesi venuti a imparare delle basi di italiano, tra cui il console Magni Arge, capo del partito indipendentista delle isole. Proprio parlando con lui ho compreso quanto l'arte musicale e quella narrativa facciano intrinsecamente parte del sangue faroese; il binomio Føroyar-tradizione orale è profondo e vero quanto lo è quello (sicuramente anche stereotipico) Italia-cucina. 

Ci sono stati momenti molto emozionanti da questo punto di vista, ma i più belli in assoluto sono sicuramente stati due: quando, durante una visita al teatro di Modena, una signora della delegazione faroese ha cominciato a intonare una canzone bellissima, che pian piano ha coinvolto tutti i suoi compatrioti, e quando, una sera, nel corso di un piccolo concerto organizzato nella piazza di Riolunato, i faroesi hanno cantato il loro inno (Tú alfagra land mítt, "Tu, mia bellissima terra"), il più dolce e partecipato che abbia mai avuto il piacere di sentire. In conclusione, il mio consiglio è quello di acquistare e leggere le "Fiabe Faroesi", così da avere un primo approccio con la cultura di questi luoghi, e se anche a voi capiterà di innamorarvi come è capitato a me nel passato luglio, allora questo libro avrà raggiunto il più nobile degli scopi: diffondere e far apprezzare la tradizione di una minoranza linguistica tra le più affascinanti d'Europa.

________________________________

Giorgio Lucarelli è iscritto al corso di laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere e attualmente sta scrivendo una tesi in Filologia Germanica sulle ballate popolari faroesi (kvæði). Appassionato di lingue germaniche medievali, è curatore della sezione di Poesia Antico-Inglese per la biblioteca online del sito Bifröst, occupandosi della traduzione e del commento di testi della tradizione poetica anglosassone.
Voi lo avete letto? Che ne pensate?

07 gennaio 2019

«Ridendo io morirò» mentalità vichinga e culto della morte in "Vita e morte dei grandi vichinghi" di Tom Shippey

gennaio 07, 2019 2 Comments
Tom Shippey, famoso soprattutto per i suoi studi sulle opere J.R.R. Tolkien, ha scritto un libro che parla di vichinghi sfruttando l'interesse nato grazie anche alla serie tv Vikings. Partendo dalle riscritture moderne, comprese le ispirazione tolkieniane, torna indietro nel tempo fino ai miti e alle saghe per ricostruire una psicologia reale di questi uomini del Nord che hanno cambiato il mondo.

Titolo: Vita e morte dei grandi vichinghi
Autore: Tom Shippey
Editore: Odoya
Pagine: 480
Prezzo: 24,00 €
Data di uscita: novembre 2018
In questo saggio, Shippey - già erede della cattedra di J.R.R. Tolkien all'Università di Leeds - racconta la vita e la morte di eroi ed eroine del mondo vichingo, esplora il loro modo di pensare e si sofferma in particolare sul fascino che scene di morte eroica esercitavano su di loro. "Vita e morte dei grandi Vichinghi" esamina la psicologia vichinga, contrapponendo la prova costituita dalle saghe alle testimonianze fornite dalle loro vittime. Il libro offre il resoconto di molte scene pervase di grande spavalderia presenti nella letteratura norrena, inclusi la caduta del casato degli Skjoldung e lo scontro fra le due drakkar, la Ironbeard e la Long Serpent. Uno dei libri più interessanti ed entusiasmanti sui Vichinghi scritti da una generazione a questa parte, che li presenta non come pacifici esploratori e mercanti, ma per quei guerrieri e razziatori sanguinari che erano. Shippey mette in luce tutti gli elementi di fascino di questo popolo guerriero, abbinando elementi scientifici - che attingono alle ultime scoperte archeologiche - e immaginario pop contemporaneo, da Vikings (la serie Tv, più volte citata nel libro) fino al lavoro di Neil Gaiman e Peter Jackson. Uno studio appassionato su individui eccezionali, su poesie e leggende di un lontano passato e su tutto ciò che ha reso i Vichinghi così diversi e speciali.


Gli dei mi inviteranno a entrare, nella morte non c'è canto... le ore della vita ho superato, ridendo io morirò.

Sui vichinghi è stato detto molto, ci sono libri sulla loro storia, libri di reperti archeologici, romanzi, film, miti... dunque avevamo davvero bisogno di un altro libro sui pirati scandinavi? Si, ne avevamo bisogno. Spesso confondiamo i vichinghi con tutti gli abitanti della Scandinavia Medievale eppure come dico anche in questo mio vecchio articolo (punto 3), i vichinghi non erano altro che pirati o uomini che partivano per spedizioni commerciali o mercenarie. Non rappresentavano tutti gli uomini, ma un'attività specifica dunque. Shippey, come ci tiene a specificare, parla davvero dei vichinghi in questo libro. L'aspetto originale del suo lavoro è che non si occupa di narrare semplicemente le loro vicende raccogliendo la cronologia storica, ma si occupa di un aspetto spesso trascurato e lasciato da parte ovvero la mentalità vichinga. 

Se ancora oggi, dopo oltre un millennio di distanza, i vichinghi esercitano tanto fascino nell'immaginario collettivo, deve esserci un motivo più profondo della mera capacità guerriera e dell'impatto storico che hanno avuto nel mondo. È difficile comprendere un popolo così antico e distante da noi come modo di pensare, esperienza di vita, credenze religiose, attività quotidiane. I miti e le saghe sono state scritte secoli dopo il loro declino, dunque gli studiosi trattano sempre con diffidenza queste fonti secondarie, lasciando quel mondo in una nebbia fumosa.
I vichinghi sono stati spesso fraintesi, amati e odiati, ammirati e temuti. Shippey si è chiesto cosa rende così ammirevole lo spirito vichingo e lo scopo del libro è proprio indagare la psicologia collettiva (a volte quasi psicotica) dei veri vichinghi del passato, ovvero ciò che li rendeva unici.

Ciò che li ha contraddistinti sin dalle più antiche testimonianze su di loro è la noncuranza per la morte. Questo atteggiamento non è un semplice culto del coraggio ma risale a questioni più profonde che possiamo ritrovare nella mitologia. Per secoli che questo disprezzo, questo modo di andare incontro alla morte senza paura ma anzi accogliendola è stata ricollegata alla Valhalla dove i guerrieri migliori sarebbero stato accolti dal dio Odino in attesa della battaglia finale. Dunque l'idea di un paradiso nordico dopo la morte avrebbe risposto a questa domanda. Oggi gli studiosi stanno rivedendo questa credenza e hanno trovato nuove possibili risposte. Gli eroi non si vedevano nella vittoria ma nella sconfitta. La stessa battaglia finale in cui combatteranno gli dei è destinata ad essere persa causando la fine del mondo eppure questo non ferma gli dei né gli eroi che continuano a fare del loro meglio nonostante la fine promessa.
Il culto della morte dei vichinghi viene indagato a partire dall'enigma del “morire ridendo”, analizzando varie fonti attendibili da più discipline come la letteratura, la filologia, l'archeologia e la linguistica. I vichinghi avevano un cattivissimo senso dell'umorismo, già facilmente riscontrabile nei soprannomi dei vari guerrieri. Di fronte alla morte erano pronti a fare battute crudeli e ridere della propria morte dimostrando così di aver vinto contro di essa. Non era perdere il problema, l'importante era accettare il proprio fato con serenità e consapevolezza, “ridendo” appunto.

L'analisi attenta e filologica di Shippey riesce a penetrare i valori dell'era vichinga attraverso prove storiche, la rilettura di miti e saghe con controlli incrociati attraverso l'archeologia.
Dalla preistoria fino ad epoche ben documentate, dove non vi erano prove di prima mano ma comunque valide, vengono prese in considerazione tutti i documenti e le testimonianze di nemici e discendenti in varie lingue, per scoprire il segreto dello spirito vichingo, unico sulla terra.
Ogni leggenda, racconto, reperto, documento, viene valutato per la sua attendibilità caso per caso con il giusto scetticismo per essere infine giudicati nel loro insieme. È vero che gran parte del materiale mitologico è inventato, ma è altrettanto vero che buona parte del materiale è stato confermato dalla storia, dall'analisi filologica o dai reperti. Spesso infatti la coerenza tra materiale di luoghi, tempi e fonti diverse è impressionante.

Il lavoro che si ripropone Shippey, di risalire alla complessità dei valori vichinghi e della loro mentalità non è per niente facile, eppure riesce a destreggiarsi nel vasto materiale con maestria.
Il libro è destinato ad un pubblico non specialista e il risultato è un saggio che si legge con la stessa scorrevolezza e piacere di un romanzo. A tratti ironico, irriverente è piacevole e sorprende riuscendo ad appassionare pagina dopo pagina. Viene voglia di continuare questa lettura all'infinito perché si trovano moltissime riflessioni interessanti anche per gli esperti del settore.
Shippey fa un lavoro meritevole adatto sia a studiosi che a semplici appassionati e porta alla luce nuove intuizioni e vecchie storie, una volta finito desidererete solo saperne ancora di più!
Nonostante i vichinghi fossero persone difficili da comprendere, forse è proprio questa complessità, questa scala di valori così lontana da noi, a renderli ancora più attraenti.

Io mi sono davvero divertita a leggere questo libro. Parlare di tutti i temi in esso contenuto sarebbe impossibile, inoltre credo davvero che sia ancora più piacevole scoprire da soli tutti i temi e le figure trattate: uomini, donne, guerrieri, niente è stato dimenticato per ricostruire lo spirito vichingo.
In fondo vi sono anche delle appendici per approfondire la poesia, le traduzioni, le saghe e una lunga e utile bibliografia. Un libro che non può mancare nella libreria di ogni appassionato!

Voi lo avete letto? Che ne pensate?

30 novembre 2018

"Pelle di Foca" di Melania D'Alessandro - un romanzo sulla libertà e l'amore per il mare

novembre 30, 2018 3 Comments
È con immensa emozione che vi parlo oggi dell'uscita di un romanzo molto importante, di cui ho seguito la nascita, la stesura e la pubblicazione durante il suo svolgimento. Finalmente posso presentarvelo perché è disponibile negli store online.
Si tratta di un romanzo di formazione, un inno alla libertà e all'anima selvaggia dell'essere umano, scritta con l'intento di mostrare la strada che porta alla realizzazione alla scoperta della propria forza interiore. Ha diversi livelli di lettura, per questo motivo può essere apprezzato sia da un pubblico giovane che più maturo.

Titolo: Pelle di Foca
Autore: Melania D'Alessandro
Editore: Streetlib (self-publishing)
Data di pubblicazione: 13/11/2018
Pagine: 400
Prezzo: ebook 3,49€. Cartaceo 16,49€.
Trama: Irlanda, dove il confine tra mito e realtà non è così netto. Là dove l'acqua può diventare la più acerrima dei nemici e al contempo amica fidata, c'è chi racconta storie di selkie e di mondi nascosti. Brennalyn ama ascoltarle, poiché sa che il suo destino è quello di tornare all'oceano che l'ha generata: ha le mani palmate, gli occhi e i capelli scuri come le donne-foca delle leggende. Tuttavia il paese diffida di lei, raccolta da Fergus la notte di Ognissanti quando era anco-ra in fasce. Divisa tra terra e acqua, Brennalyn desidera la libertà che solo il mare può darle. Attraverso il pregiudizio, la superstizione e la solitudine, imparerà a conoscersi, accettando la pelle di foca che l'accompagna dalla nascita.
 

Biografia: Melania D'Alessandro è nata nel 1990. Ama la natura, si interessa di miti, leggende e fiabe iniziatiche ed è appassionata di cultura celtica. Nel suo vocabolario, scrittura e libertà sono sinonimi, per questo le col-tiva da sempre. Pelle di Foca, il suo ultimo romanzo, unisce le sue numerose passioni. Della stessa autrice, pubblicati da Edizioni Leucotea: La città nascosta (2014), Sogni di Carta (2016), L'arte di scrivere (2017).

Questo romanzo è la rivisitazione di una leggenda molto conosciuta nel Nord Europa e nelle popolazioni artiche e subartiche e di cui esistono diverse versioni. Si ispira al genere delle fiabe iniziatiche, storie che fin dagli albori della civiltà parlano al nostro inconscio tramite immagini archetipiche. Sono volte al superamento di prove da parte dell'eroe, al passaggio di stato da una fase all'altra della vita e alla trasformazione personale. In un ambiente suggestivo come l'Irlanda con i suoi miti legati al mare, si parla di diversità, pregiudizio, amore genitoriale, educazione, libertà personale e rinascita.
Inoltre all'interno del romanzo sono presenti i disegni dell'autrice.
Che ne pensate? Lo leggerete?

26 novembre 2018

Teotihuacan - centro di culto della Mesoamerica

novembre 26, 2018 0 Comments
Teotihuacan, città precolombiana nella Valle del Messico, fu la più importante durante il periodo classico tra il 300 e il 400 in America. La sua élite governante costruì un impero che dominò gran parte dell'altopiano centrale messicano ed estese la sua influenza culturale attraverso colonie ed enclavi commerciali nella costa del Golfo del Messico, Oaxaca e l'area Maya. Con la ricchezza generata per la sua attività di interscambio e per via della sua importanza religiosa, i teotihuacani costruirono una delle prime città con strade, aree di culto, unità abitative divise per quartieri di artigiani e diverse etnie o stati sociali. Oltre alla centralità ed importanza della città a livello economico e di scambio commerciale, Teotihuacan si convertì nel centro di culto più importante dell'altopiano centrale e di quasi tutta la Mesoamerica.

foto di Angie Padilla

CENTRO DI CULTO

L'antica società di Teotihuacan era politeista. La religione si basava sugli elementi della natura - climatici e astrali - che avevano una grande importanza per il ciclo agricolo. Sono state trovate divinità che sembrerebbero rappresentare il fuoco, l'acqua, la pioggia, la terra, il sole, la luna e Venere. Altre rappresentazioni derivano dai personaggi mitologici che formano parte delle storie sacre di altri popoli della Mesoamerica e del resto dell'America, come ad esempio il mostro rettile che riposava nel mar caotico che esisteva prima della creazione del mondo.
Molte tra le divinità più importanti degli aztechi e dei loro contemporanei, così come i popoli indigeni attuali, hanno delle rappresentazioni antec
edenti trovate a Teotihuacan.

La città di Teotihuacan e i dintorni furono concepiti come un modello del cosmo e si diceva fosse il luogo dove emersero la prima montagna del mondo e il sole. I templi costruiti sopra le piramidi rappresentavano il livello celeste, la città rappresentava il livello terreno e l'inframondo era abitato dagli antenati, i cui corpi venivano spesso sotterrati nel terreno sotto le case.

CULTO DEGLI ANTENATI

Nelle abitazioni sono stati trovati indizi di culti a livello familiare che hanno permesso di ricostruire parzialmente le attività religiose che venivano praticate all'epoca. Vi erano altari e rappresentazioni di divinità in argilla e pietra. Sotterrati sotto gli altari centrali sono state trovate ossa degli antenati della famiglia o del clan che vivevano nella stessa abitazione. Sappiamo dunque per certo che venivano effettuate cerimonie di culto agli antenati familiari a cui erano dedicati gli altari. A loro veniva offerto cibo in una forma simile a quella attuale che viene svolta durante il Giorno dei Morti.

Nonostante la religione non avesse una concezione simile alla reincarnazione, tra i vari popoli indigeni mesoamericani del passato e presente, si pensava che le anime o l'essenza dei morti andassero a risiedere in diversi luoghi del cosmo riservati agli dei. Così, in diverse rappresentazioni degli dei, essi venivano accompagnati da gruppi di insetti, che nella mitologia degli aztechi o degli huicholes venivano visti come le anime degli antenati che accompagnavano e aiutavano diverse divinità come il sole, la luna o Venere a combattere nelle battaglie cosmiche quotidiane rappresentate ad esempio dal passaggio tra la notte e il giorno.

Associate con i grandiosi complessi architettonici della Piazza del Sole, della Piazza della Luna e la Cittadella, furono trovate una serie di divinità le quali erano adorate in grandi cerimonie pubbliche. È possibile che si realizzassero grandi pellegrinaggi a Teotihuacan. 


SACRIFICI UMANI

Sebbene non siano stati ritrovati a Teotihuacan rappresentazioni grafiche realistiche di sacrifici umani in murales o con oggetti, tuttavia alcune mostrano divinità che portano coltelli curvi di ossidiana con glifi che si pensa possano essere la rappresentazione di cuori grondanti sangue. Sia i coltelli che i glifi, sono stati associati al sacrificio umano.
Inoltre sia gli scavi fatti nella Cittadella che nella Piramide della Luna, hanno dissotterrato una grande quantità di scheletri di persone che con molta probabilità furono sacrificati e sotterrati lì come offerta per la fondazione del tempio, anche se non si può precisare in che modo avvennero le esecuzioni. È certo che siano stati effettuati sacrifici in grande numero come cerimonie di fondazione dei templi più importanti. Ciò che ancora non sappiamo è se venivano effettuati sacrifici e di che portata, durante i cicli rituali periodici.

Liberamente tratto dal fascicolo del Museo Nacional de Antropologia de Mexico.
Traduzione e rielaborazione mia, non prendere senza citare la fonte.

20 novembre 2018

Recensione "Se tu vai via porti il mio cuore con te" di Silvia Gianatti

novembre 20, 2018 0 Comments

La voce del dolore della perdita del proprio bambino all'ottavo mese di gravidanza è la voce di tutte le donne che hanno subito una perdita simile. Silvia Gianatti ci racconta in un diario intimo e straziante la vita dopo la morte del proprio bambino, quando questo bambino non ha avuto l'occasione di venire al mondo.

Titolo: Se tu vai via porti il mio cuore con te
Autore: Silvia Gianatti
Editore: LeggerEditore
Pagine: 175
Prezzo: 16,00 €
Data di uscita: agosto 2018

Manca solo un mese alla nascita del suo primo figlio, quando Valeria sente pronunciare dai medici le parole che nessuna madre vorrebbe mai sentirsi dire: ''Non c'è battito.'' Anche se non ha mai visto la luce, al bambino che per otto mesi è cresciuto nella sua pancia Valeria ha quotidianamente rivolto parole, pensieri, racconti, sogni... Come può accettarne la morte? Per un genitore la perdita di un figlio è una tragica sovversione del ciclo naturale della vita, un'ingiustizia inaccettabile, una sofferenza atroce che congela ogni cosa e da cui sembra impossibile poter riemergere. Lacerata dal dolore e dalla rabbia, Valeria si chiude in sé stessa, finché un giorno non prende in mano carta e penna e inizia a scrivere. E così, pagina dopo pagina, ristabilisce, quasi senza rendersene conto, il legame violentemente interrotto con il suo bambino, e con se stessa. La vita riprende il suo corso, il sole ricomincia lentamente a illuminare le giornate di Valeria, il mondo recupera colore e calore. E anche se è un buco nero in fondo al cuore, avviene che un giorno il dolore fa spazio ad altre felicità. Bisogna solo avere la pazienza di saper aspettare, il coraggio di farsi aiutare, la speranza che a poco a poco si ritrovi un senso a tutto. Un libro toccante e delicato su un tema difficile: la morte perinatale, un fenomeno diffusissimo ma di cui si parla ancora troppo poco. Ma ''Se tu vai via, porti il mio cuore con te'' è anche e soprattutto un libro sulla perdita e sul superamento del dolore, perché alle lacrime e alla rabbia seguono prima o poi la pace e la forza di ricominciare.
Parlare di un tema difficile e doloroso come la morte perinatale non è facile. Si parla poco di questo argomento che costituisce ancora un tabù insormontabile al giorno d'oggi. Le donne che affrontano questo momento terribile della loro vita si trovano sole, immerse nei sensi di colpa, nelle domande, nel dolore senza poterne parlare liberamente. Ogni anno sono moltissime coloro che affrontano la perdita di un figlio in gravidanza e non solo durante il primo trimestre. È ciò che accade a Valeria che perde suo figlio all'ottavo mese di gravidanza distruggendo tutto il suo mondo e spezzando per sempre il suo cuore.

Quando si diventa una mamma?
È quando nasce un bambino?
Tu non sei nato.
Io sono la tua mamma.

Le madri interrotte dei bambini mai nati non possono nemmeno gridare il loro dolore perché il bambino non c'è stato, non ha avuto il tempo di vivere e dunque è una perdita silenziosa e invisibile ma che distrugge l'anima per chi lo vive.
Come si può tornare a vivere e sperare di nuovo? Come è possibile cercare un nuovo bambino senza portare il peso di quell'amore che non si è realizzato? Come sopravvivere a un dolore che ti annienta?
Questa è la storia del dolore di una famiglia, del dolore di una donna che è il dolore di molte donne.

Senza di te la mia corazza si è frantumata.
Il muro è caduto.
I mattoni non esistono più.
Dio mio quanto fa male.
Il cuore non si può riparare.

Non ci sono segreti per tornare a vivere, ma tornare a vivere è possibile.
Valeria prende la sua amata penna e comincia a scrivere, la cosa che ama fare di più. Decide di tirare fuori tutto ciò che ha dentro e affidarlo alle parole scritte. Parla a sé stessa, al suo bambino e alla vita. Ci racconta la sua vita, la storia con suo marito, questo grande amore che ha portato a volere un figlio e di come questa felicità gli è stata strappata via dalle terribili parole "non c'è battito".
La cosa peggiore è trovarsi a non poter piangere il proprio bambino perché la non nascita è quasi motivo di imbarazzo, le persone preferiscono non sapere e non sanno come reagire.
Ci sono poche frasi di circostanza ma nessuna vera comprensione di ciò che una madre interrotta sta passando. Così viviamo insieme a Valeria tutte le fasi del suo dolore, quando ne rifugge, quando piange, quando grida e quando nega. La rabbia e il dolore e il tentativo di distruggere tutto ciò che ha intorno, tutto ciò che era e tutto ciò che ama per rimanere aggrappata al suo futuro negato, a quel bambino che non c'è più.
Una madre è una madre anche quando le cose non vanno come dovrebbero. Dal momento in cui scopre una vita dentro di sé, non importa quanto potranno rimanere insieme.
Tornare a vivere non significa che non si stia soffrendo o che non si è sofferto. Il dolore non ci farà sentire più vicino il bambino perduto, non renderà più legittima la sofferenza. Come ci insegna questo piccolo diario, la felicità può tornare. Il cuore non si riparerà e il dolore non svanirà mai del tutto ma è possibile essere di nuovo felici e donare di nuovo amore.
La storia riesce a coinvolgerci e farci riflettere su una questione importante di cui dovremmo parlare più spesso, ma lo fa in maniera dolce, semplice, quasi musicale. La storia è a tratti un racconto di un amore e della vita, a tratti un diario intimo e doloroso di pensieri, dubbi, paure e vuoto. Seppure breve lascia un segno profondo nei lettori.

Lo sai che rumore fa il vuoto?
Io si.

Ho apprezzato la pagina scritta da Claudia Ravaldi, medico, psichiatra e madre dell'associazione CiaoLapoOnlus che si occupa di aiutare le coppie che affrontano questo difficile momento.
Perché dobbiamo parlarne, dobbiamo aprirci al dolore e condividerlo. Forse il dolore non passerà ma  è possibile imparare a conviverci e ritrovare un significato a tutto. 

Voi lo avete letto? Che ne pensate?

15 novembre 2018

Recensione "Misteriosa. Le storie di Olga di Carta" di Elisabetta Gnone

novembre 15, 2018 0 Comments
Il 29 ottobre è uscita la nuova avventura di Olga di Carta e i suoi amici. Dopo Il viaggio straordinario e Jum fatto di buio, torniamo a Balicò per parlare della paura di diventare grandi. Una doppia breve storia che scalda il cuore e ci ricorda che non è un male rifugiarsi ogni tanto nella fantasia, senza dimenticare di tenere i piedi in terra!

Titolo: Misteriosa. Le storie di Olga di Carta
Autore: Elisabetta Gnone
Editore: Salani
Pagine: 192
Prezzo: 14,90 €
Data di uscita: ottobre 2018

Cosa significa diventare grandi? E come si fa? «Crescere è una faccenda complicata» direbbe il professor Debrìs, e Olga lo sa bene: per rassicurare una giovane amica, che di crescere non vuole sentire parlare, le racconta la storia di una bambina a cui i vestiti stavano sempre troppo grandi, anche se l’etichetta riportava la sua età, o la sua taglia, e che saltava nei disegni per fuggire dalla realtà.
La storia di Misteriosa è la storia di chi fatica a trovare il proprio posto nel mondo, fugge da responsabilità e doveri, incapace di assumersene il carico, e combatte strenuamente per restare fanciullo. È anche, però, la storia di una bambina che non si arrende. Una storia che farà ridere, pensare e spalancare gli occhi per lo stupore; e che rassicurerà Olga, i suoi amici e i lettori di tutte le età su un punto, che è certo: per diventare splendidi adulti occorre restare un po’ bambini.
I libri e la fantasia sono una fuga dalla realtà. Quante volte avete letto frasi simili? E quanto c'è di vero in queste parole? Molto spesso, quando ci troviamo di fronte a una giornata difficile o dobbiamo affrontare della sofferenza, rifugiarci in un altrove immaginario ci è di conforto. È facile ritrovarci a sognare di essere in un'illustrazione che ci ha affascinato o tra le pagine di un libro che amiamo. Questo è quello che fa Misteriosa, la bambina a cui i vestiti vanno sempre grandi e che salta in depliant, libri, riviste, quadri, tutto ciò che le stimola la sua fantasia sparendo dalla vita reale. Il problema è che saltare è proibito nella sua scuola, gli adulti lo considerano sconveniente e pericoloso e dunque Misteriosa deve nasconderlo.
Misteriosa non è l'unica che salta, sono in molti a farlo in segreto e molti che hanno smesso di farlo.
Cosa succede quando all'improvviso una bambina sparisce e si rifiuta di affrontare il mondo reale? È davvero pericoloso saltare?
Questa è la storia che Olga racconta a una nuova amica arrivata in vacanza a Balicò che conosce poco del mondo e si rifugia nel suo essere bambina. Insieme agli amici di sempre vanno nel bosco ritrovandosi ad affrontare un'avventura pericolosa e imprevista che gli insegnerà che la vita è meravigliosa anche nei momenti difficili. Olga e i suoi amici scopriranno che ciò che fa paura è quello che non si conosce e il coraggio ci può aprire nuovi splendidi panorami.


Nella nuova avventura delle storie di Olga, ci troviamo a seguire due storie collegate dalla paura di crescere e di prendersi le proprie responsabilità. Come sempre Elisabetta Gnone sa raccontare temi profondi in una maniera dolce e delicata, senza mostrarcela dall'alto del suo essere adulta ma accompagnando il lettore camminando uno accanto all'altro.
L'autrice sembra quasi capire cosa si cela nel cuore dei bambini eppure li tratta come suoi pari. Perché come dice lei "per diventare adulti bisogna rimanere un po' bambini". In questo modo possiamo imparare ad affrontare la vita con i suoi alti e bassi. Crescere significa diventare come degli alberi, mantenendo i piedi per terra ma alzando sempre le braccia al cielo. Scopriamo così che saltare non è un male, ma bisogna farlo con consapevolezza. Fuggire dalla realtà non è una soluzione e non ci darà niente se non impariamo a capire il confine tra realtà e fantasia, se non diventiamo grandi. Crescere è un'esperienza difficile e meravigliosa da affrontare senza paura ma con meraviglia. La fantasia è una solida compagna e la realtà spesso è più immensa e fantasiosa della fantasia stessa.
L'autrice ci regala un nuovo piccolo capolavoro che fa riflettere e sorridere, senza mai dimenticare la bellezza e l'importanza della natura e delle piccole cose quotidiane.
Ogni momento è da vivere pienamente, ogni nuova scoperta aggiunge un tassello in più alla vita che si riempie di colori, suoni, odori... E io non vedo l'ora di scoprire cos'altro vivranno Olga e i suoi amici nelle prossime avventure.

Voi lo avete letto? Che ne pensate?

12 novembre 2018

Recensione "I figli del bosco" di Giuseppe Festa

novembre 12, 2018 0 Comments

Giuseppe Festa torna in libreria con il racconto della vera storia di due cuccioli di lupo salvati dai volontari e del tentativo da parte loro di rimetterli in libertà. Un libro emozionante che ho amato e che conferma la capacità dell'autore di parlare della natura con tutto l'amore e il rispetto che meritano arrivando a toccare il cuore dei lettori.

Titolo: I figli del bosco
Autore: Giuseppe Festa
Editore: Garzanti
Pagine: 2017; ill.
Prezzo: 16,00 € 
Data di uscita: ottobre 2018
Contenuto: I lupi sono animali affascinanti e misteriosi, selvaggi e fieri. Vittime troppo spesso di pregiudizi antichi, incutono timore e meritano rispetto. Ulisse e Achille sono due cuccioli in difficoltà, trovati in natura appena nati da un coraggioso gruppo di persone che salva loro la vita. Ma quando i lupi crescono fin da piccoli con l'uomo, l'imprinting li può condannare a una vita in cattività: se non apprendono il linguaggio del branco non possono più essere liberati. Qui sta l'unicità di questo ardito progetto mai tentato prima in Italia: restituire al bosco i suoi figli, ridando loro la libertà. Giuseppe Festa trasforma questa favola realmente accaduta in un racconto lungo le vette aspre e innevate degli Appennini: giorno dopo giorno, quasi in presa diretta, viviamo quindici mesi tra sentieri immersi nelle foreste, ricerche sul campo, notti insonni in attesa di buone notizie. E mentre attendiamo il lieto fine, grazie al viaggio di ritorno di un lupo verso la natura, ci ritroviamo a desiderare un nostro personale, istintivo, necessario percorso verso la libertà.

Questa è una storia vera. La storia di Ares, Lara, Achille, Ulisse e Wolfy, cinque lupi destinati a entrare nel cuore dei lettori, le cui vicende hanno il sapore di cambiamento e speranza. È il racconto di vite che si intrecciano e di persone che fanno del loro lavoro una missione per l'ambiente e gli animali che lo abitano. Giuseppe Festa ci rende partecipi con questo libro di una vicenda importante che potrebbe porre le basi per il futuro dei lupi nel territorio nazionale.
Ares e Lara sono due ibridi di lupo che vengono accolti nel Centro Monte Adone dove si occupano del recupero e della cura degli animali selvatici. La vita di questi due lupi è destinata alla cattività per via della loro natura ibrida che mette in pericolo la salvaguardia del lupo. Questa sfortunata situazione si rivelerà provvidenziale per il progetto ambizioso di Elisa Berti: reintrodurre in natura, per la prima volta in Italia, due lupi cresciuti in cattività.
A differenza di Wolfy, un lupetto di cinque mesi che potrà ricongiungersi con il suo branco una volta curato, Ulisse e Achille sono due cuccioli di lupo trovati abbandonati a distanza di poco tempo l'uno dall'altro. I tentativi fatti per farli ritrovare subito dalla madre sono falliti ed è stato necessario portarli al Centro per crescerli in cattività. Questa scelta è molto difficile da prendere perché i lupi che crescono in cattività non imparano le dinamiche del branco necessarie per sopravvivere nel loro ambiente naturale e dunque non possono essere rimessi in libertà. Inoltre prendere confidenza con gli esseri umani costituisce un pericolo per loro stessi. È necessario che mantengano la diffidenza con gli esseri umani o potrebbero avvicinarsi a centri abitati. A peggiorare la situazione c'è il fatto che Ulisse, di appena pochi giorni, ha avuto l'imprinting con Elisa Berti, responsabile del centro.
L'unica soluzione è far crescere i cuccioli insieme agli ibridi Ares e Lara, in modo da ricreare l'ambiente di un branco e tenerli lontano dagli uomini limitando al massimo i contatti umani. La sfida è rischiosa e con poche probabilità, ma i volontari faranno tutto il possibile per donare la libertà a Ulisse e Achille.
Ripercorrere la storia dei lupi e della lotta dei volontari per riuscire a dargli la vita che meritano è stata un'esperienza incredibilmente intensa. Mi domando come possano aver vissuto loro queste vicende dal vivo se io, da semplice lettrice, mi sono sentita così coinvolta ed emozionata in ogni pagina.
Le loro storie sono uniche, particolari, interessanti. Conoscerle mi ha fatto scoprire la realtà che si cela dietro l'impegno di tante persone per salvaguardare le specie a rischio e gli ambienti naturali e di come la stupidità e l'avidità umana danneggino un ecosistema in equilibrio.
Tanti, troppi sono i pregiudizi intorno ai lupi e questo libro permette di far luce sulla realtà dei fatti e della natura del lupo che è una salvezza per l'ecosistema. Noi possiamo solo imparare dal loro comportamento e impegnarci per salvaguardarli e impedire che false notizie vengano sparse in giro per il web. Il lupo è una risorsa e ci ricorda le nostre radici, il mondo da cui proveniamo e la nostra vera natura. Come Ulisse e Achille dobbiamo riappropriarci della nostra natura.
Questo libro è un grido di speranza per un futuro migliore per questi meravigliosi animali e forse per la nostra stessa vita.
Ogni volta che passeggerò tra i boschi, ripenserò ad Achille e Ulisse e alla loro avventura, alla loro tenacia nel vivere, alla forza e determinazione di Elisa. Tutti loro mi hanno insegnato qualcosa, non solo sui lupi, ma sulla vita stessa, sul non arrendersi e sul saper accettare che non tutte le battaglie devono essere combattute.
Questo libro è stata un'emozione incredibile dall'inizio alla fine. Non solo si tratta di una storia vera, intensa, profonda, che fa riflettere, ma è anche un racconto piacevole come un romanzo da leggere tutto d'un fiato. Giuseppe conferma la sua abilità nel narrare. Lo fa in maniera limpida, come cullati da una dolce musica. Adesso desidero solo il meglio per i lupi protagonisti di questa storia e per quelli che verranno. Spero di continuare ad avere loro notizie e di riuscire a contribuire aiutando tutti i volontari delle associazioni di protezione dell'ambiente e degli animali selvatici perché il loro lavoro è duro, difficile, emotivamente forte ma fondamentale e non posso che ringraziarli per ciò che fanno ogni giorno. È grazie a loro se i lupi stanno tornando e se possiamo godere di un mondo in cui la bellezza della natura ha ancora dei luoghi di selvaggia bellezza. 
I figli del bosco è un libro che terrò nel cuore.
Bellissime sono anche le fotografie che accompagnano il racconto, documentando in immagini la storia dei lupi del centro.





Voi lo avete letto? Che ne pensate?