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martedì 18 marzo 2014

Recensione "Il figlio della serva" di August Strindberg

Eccomi finalmente a recensire uno dei testi più famosi di strindberg, stavolta si tratta di un romanzo e non un'opera teatrale e devo ammettere che ho preferito di gran lunga questo a tutti gli altri suoi testi. Purtroppo non li recensirò tutti, ma ho recensito quelli che mi hanno colpito maggiormente.



Titolo: Il figlio della serva
Autore: 
August Strindberg
Editore: Mondadori
Pagine: 250
Prezzo: 9,00 €
Data di uscita: 1993
voto:

Trama: "Io sono ormai quello che sono diventato, e come lo sono diventato sta scritto nel mio libro!" Così Strindberg, nell'introduzione fatta precedere alla prima edizione del libro, spiega lo scopo dell'autobiografia di cui "Il figlio della serva" rappresenta la prima parte: descrivere lo sviluppo della sua personalità. E dal romanzo traspaiono i temi dominanti di buona parte dell'opera dello scrittore svedese: la critica della società, della famiglia, della cultura dominante nella Svezia dell'Ottocento. Il senso di inferiorità di chi si sente destinato a portare per sempre il marchio infame della servitù materna sviluppa nel protagonista ancora bambino la lucida e cupa coscienza delle differenze sociali, mentre l'oppressione della famiglia, il pietismo che castiga ogni piacere infantile, l'arida istruzione scolastica, suscitano in lui un continuo senso di frustrazione nei confronti dei fratelli e dei compagni, rotto solo a tratti da fuggevoli momenti di felicità sulla lunga strada dello "sviluppo di un'anima".
* * *



 RECENSIONE: "L'io non è un'unità, né un'entità, ma una quantità di riflessi, un complesso di istinti, di desideri: alcuni repressi, altri sfrenati."
Strindberg non è un autore facile e ancor meno è un autore piacevole. Misogino, controverso, ribelle, folle, anticlericale, schierato contro la società. È un uomo complesso, come lo sono le sue opere, così profonde e pervase di mille sfumature. Il mondo nelle sue opere è visto attraverso una lente, ogni volta diversa, in cui vengono inserite le riflessioni dell'autore nella loro confusa e frammentaria verità.
Quasi come un pittore dell'inconscio, ripercorre i moti dell'anima narrando eventi e situazioni che si impongono sul tutto. Ne "Il figlio della serva", prima parte di una sorta di autobiografia in cui il testo stesso diventa oggetto della narrazione, Strinberg ripercorre i ricordi del suo passato concentrandosi sulla psiche umana che non è mai unitaria e coerente, ma prosegue per fili logici tutti suoi. Salta nel tempo e nello spazio, si concentra in episodi all'apparenza semplici ma che hanno in realtà un forte impatto nel protagonista (alter ego dell'autore). "Il figlio della serva" non è una semplice autobiografia, non si tratta di una raccolta di memorie o di uno studio naturalistico sul carattere e la formazione di un giovane, ma è piuttosto "la storia della formazione e dello sviluppo di un'anima in un periodo determinato, la storia della natura e delle cause della malattia che è la cultura" basandosi sul concetto che non possiamo conoscere altra vita oltre la nostra. Ogni persona è diversa e i suoi pensieri non possono essere indagati a fondo come possiamo fare con noi stessi e anche in quel caso la sincerità totale non si raggiunge facilmente.
Per questo "Il figlio della serva" è un testo originale e innovativo, quasi "un saggio di letteratura del futuro senza azione, senza stile". Parte così da sé stesso e ritorna indietro nel tempo con la memoria per indagarne le situazioni, i pensieri e i personaggi che lo hanno reso quello che è adesso. Cause ed effetti raccontati in disordine, frammentati e alterati dalla percezione soggettiva, sono quindi il fulcro della storia, quello che prende le redini e guida il racconto.
Questa tecnica di scrittura nasce per riprodurre i moti del pensiero che non è mai lineare, coerente ed oggettivo per cui non esiste un vero centro.
Temi ossessivi tornano spesso durante il racconto a cui l'autore pone sempre le sue riflessioni mescolando passato e presente, lasciando trasparire una sorta di doppio filone di pensiero che si intreccia giudicando e giudicandosi.
Il protagonista si sente solo e questa sua solitudine ribelle e sofferta, con un lontano vagheggiamento romantico, è data dalla sua insofferenza alla società attuale alla quale non riesce a conformarsi. L'uomo deve adattarsi alla vita, formare un carattere che lo renderà un automa, ma Johan non riesce a farlo. Si ritrova a lottare tutta la vita contro le altre realtà oppressive (il padre, la scuola, i compagni, le donne, la famiglia, la società) senza mai ottenere la tanto sognata integrazione sociale. Johan non trova un suo scopo nella vita, non riesce ad inquadrarsi dietro un particolare progetto di vita, un mestiere, un carattere coerente. Per Johan vi è sempre il dubbio verso ogni cosa e un costante amore per la malinconia. Quell'amore misto a rifiuto che ha verso tutto ciò che è lontano da lui, rimpianto e affermazione, pongono le basi per una lotta continua tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Il suo idealismo si scontra con la dura realtà ingiusta e crudele.
Per Strinberg il carattere è mutevole, non costante e fisso. Ogni nuova esperienza contribuisce a modificare il carattere in continuo divenire e solo coloro che vogliono imporsi un carattere mantengono costantemente la stessa idea a qualunque costo pur di confermare le aspettative altrui.
La passività e l'insofferenza di Johan lo rendono un senza carattere e quindi una persona solitaria e incompresa perché non vive per un preciso scopo ma vive in cerca di esso. La sua personalità è malata e masochista. L'eredità, l'ambiente in cui vive e il periodo storico lo rendono un figlio del doppio, dalla personalità ambigua e traballante. La sua indole non gli permette di andare a compromessi, ma lo costringe a rimanere in bilico in un'esistenza senza punti fermi. Solo accettando come le sue debolezze come forza, i suoi dubbi come caratteristiche e l'insofferenza come destino, potrà cominciare una vita vera, una vita che ha sempre vagheggiato senza mai riuscire a conquistare.
Tra le opere di Strindberg, questa è quella che ho apprezzato maggiormente. È un testo che scorre velocemente travolgendoci tra una riflessione e l'altra. Permette di capire meglio l'autore e il suo odio-amore verso le donne. Si tratta di un'opera particolare e interessante che passa spesso in secondo piano rispetto alle altre più famose. Strindberg ha scritto moltissimi testi mettendo a nudo con sincerità le sue paure e le sue fissazioni. Eppure più andiamo avanti a leggere i suoi testi, più percepiamo che c'è altro da cogliere, qualcosa che sfugge sempre in questo autore così particolare. "Non sarò la più grande testa di Svezia, ma sono il fuoco più grande".

COSIGLI DI LETTURA DEL PORTALE:
UMORE: insoddisfatto
COLORE: beige
CLIMA E AMBIENTE: un pomeriggio in una fredda campagna

Voi lo avete letto? Che ne pensate?

2 commenti:

  1. Che libro interessante! Impegnativo, certamente, ma interessante... Magari quando finisco la scuola e ho la mente più libera lo leggo, ora rischierei di abbandonarlo... O forse no...

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    Risposte
    1. Il libro è un po' lento e particolare, ma abbastanza breve. Io non sono un'amante di Strindberg però questo è il libro che ho preferito di questo autore. Magari prova a leggere l'inizio e vedi se può piacerti :)

      Elimina

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